Archivio del Tag ‘web’
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Microchip e asilo transgender: la Svezia si sta suicidando
Fermamente convinto di essere il rappresentante della “superpotenza morale” del mondo, il popolo svedese continua i suoi pericolosi flirt con tutti i possibili nuovi esperimenti culturali. Questa politica è veramente ‘progressista’, o è la strada per la rovina nazionale? In Svezia, tutto sembra possibile, tranne il dissenso; dissenso dall’onnipresente messaggio sociale che dice ai suoi cittadini che devono essere tolleranti verso ogni nuova moda culturale, dal farsi impiantare un microchip sotto la pelle al permettere che i bambini di quattro anni vengano indottrinati alla scuola materna con le ultime teorie sul transgenderismo. Migliaia di svedesi si sono già fatti inserire un minuscolo microchip sotto la pelle, di solito nella mano sinistra, che offre il “vantaggio” di non dover più armeggiare [nelle tasche o nella borsetta] per carte di credito, documenti di identità e chiavi. Molte delle informazioni personali sono memorizzate sul chip, che ha le dimensioni di un chicco di riso. Sorprendentemente, nonostante la possibilità per il governo, per le multinazionali o per altri pericolosi soggetti di hackerare questi dispositivi, questa eventualità non sembra essere presente nella mentalità svedese.
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Sta meglio chi è fuori dall’Ue: Norvegia, Svizzera e Islanda
Cos’hanno in comune Svizzera, Norvegia e Islanda oltre ad essere gli unici paesi del Vecchio Continente ad essere fuori dall’Unione? In tutti e tre questi paesi le politiche economiche sono rivolte ai cittadini. Il rapporto tra gli istituti finanziari e di credito e le banche centrali è condizionato dal potere politico espresso dai rispettivi ministeri dell’economia. Mentre i 28 paesi membri della Ue – Inghilterra compresa – ricevono diktat di tipo tecnico da chi opera professionalmente nel settore bancario, in Svizzera, Norvegia e Islanda gli istituti finanziari operano sul territorio, a stretto contatto con i residenti. E’ dunque la totale assenza di democraticità a penalizzare l’area dei 28 paesi Ue, di fatto governati dai loro dirigenti di area lobbystico-finanziaria. Juncker, presidente della Commissione Europea, è un banchiere lussemburghese, e non è affatto un caso. La Bce, guidata dal banchiere Mario Draghi, persegue obiettivi tecnici (il contenimento dell’inflazione) che sono considerati prioritari. Altre voci, dirimenti per la popolazione, come l’indice di disoccupazione o l’incremento del Pil, sono secondari rispetto agli intendimenti statutari della banca centrale di Francoforte.Ma se è l’assenza di democrazia ad aver convinto svizzeri, norvegesi e islandesi a starsene lontani da Bruxelles, quali sono i risultati dei tecnici Ue messi a confronto con gli “extracomunitari” del Vecchio Continente? Eh già, perchè alla fine dei conti, la ricchezza dei cittadini e il loro benessere dovrebbero essere maggiori laddove ci sono dei tecnici a tenere in piedi la baracca. Invece, accade esattamente l’opposto. Svizzera, Norvegia e Islanda non sono solo paesi indipendenti da Bruxelles, e dunque più liberi, ma sono anche i più ricchi. Lo dimostrano tutti i dati di tutte le agenzie che si occupano di questo tipo di statistiche. Il Pil pro capite degli islandesi è di 40.070 euro annui contro, ad esempio, i 36.313 degli italiani. Seppur inferiore al dato tedesco, la Norvegia e la Svizzera si distinguono da tutti gli altri, vantando un Pil pro capite rispettivamente di 69.296 e di 59.376 euro. Il Pil, però, non è il reddito, neppure quando è calcolato pro capite. Ma è proprio sugli altri punti macroeconomici e di qualità della vita che il trio extra-Ue primeggia senza rivali.Il paese in cui si vive meglio al mondo per qualità della vita (al mondo, dunque… non solo in Europa), è la Norvegia, secondo uno studio che è stato realizzato dal centro studi del Boston Consulting Group che ha paragonato tutti i 196 Stati nel mondo. Secondo questo studio, la Norvegia ha un punteggio di 100, ad esempio, mentre l’europeissima Germania non arriva a 94. Gli indicatori presi in considerazione sono ben 44 divisi in 10 macro-aree: ricchezza (redditi), stabilità economica (inflazione e Pil), occupazione (tasso di occupazione e disoccupazione), salute (accesso alla sanità ed efficienza di essa), educazione (accesso all’istruzione), infrastrutture (trasporti, Ict), eguaglianza nella distribuzione dei redditi, società civile (attivismo, uguaglianza di genere, coesione interclasse, sicurezza e affidabilità interpresonale), governance (accountability, libertà di stampa, stabilità, libertà), qualità dell’ambiente. La ricchezza è misurata attraverso l’indicatore del reddito pro capite, mentre la distribuzione del reddito attraverso il coefficiente di Gini.(Giacomo Salvini, “Europa, la mappa dei paesi in cui si vive meglio”, da “Termometro Politico” del 30 luglio 2016. Nonostante i dati non siano aggiornati al 2019, il loro valore resta evidentissimo).Cos’hanno in comune Svizzera, Norvegia e Islanda oltre ad essere gli unici paesi del Vecchio Continente ad essere fuori dall’Unione? In tutti e tre questi paesi le politiche economiche sono rivolte ai cittadini. Il rapporto tra gli istituti finanziari e di credito e le banche centrali è condizionato dal potere politico espresso dai rispettivi ministeri dell’economia. Mentre i 28 paesi membri della Ue – Inghilterra compresa – ricevono diktat di tipo tecnico da chi opera professionalmente nel settore bancario, in Svizzera, Norvegia e Islanda gli istituti finanziari operano sul territorio, a stretto contatto con i residenti. E’ dunque la totale assenza di democraticità a penalizzare l’area dei 28 paesi Ue, di fatto governati dai loro dirigenti di area lobbystico-finanziaria. Juncker, presidente della Commissione Europea, è un banchiere lussemburghese, e non è affatto un caso. La Bce, guidata dal banchiere Mario Draghi, persegue obiettivi tecnici (il contenimento dell’inflazione) che sono considerati prioritari. Altre voci, dirimenti per la popolazione, come l’indice di disoccupazione o l’incremento del Pil, sono secondari rispetto agli intendimenti statutari della banca centrale di Francoforte.
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Magaldi: vogliono comprare Tria e Conte per il dopo-Salvini
«E bravo Matteo Renzi, finalmente promosso “cameriere” del Bilderberg». Dall’alto del suo nuovo ossevatorio, l’ex leader Pd dice che il governo gialloverde non ha finora toccato palla su nessuno dei temi dell’agenda-Italia? «Se è per questo neppure il suo governo toccò palla, esattamente come i governi Letta e Gentiloni». Solo ciance, dietro alla rigida obbedienza all’ordoliberismo Ue. Però Renzi ha ragione, ammette Gioele Magaldi: dopo un anno, Lega e 5 Stelle hanno totalizzato lo stesso punteggio del fanfarone fiorentino, cioè zero. La differenza? Al Giglio Magico è subentrato «il Cerchio Tragico, targato Di Maio». E se Salvini non ha ancora trovato il coraggio di mandare a stendere Bruxelles, il pericolo maggiore viene dall’interno. Il primo “imputato” è il ministro Giovanni Tria, che sembra passato armi e bagagli al “partito di Mattarella”, intenzionato a bloccare qualsiasi cambiamento. E il peggio è che ad alzare la diga ora ci si mette pure Giuseppe Conte, con la sua prudenza esasperante. Attenti: è come se Conte e Tria fossero già “in vendita”, disposti a far naufragare l’esecutivo in cambio della promessa di future poltrone. Magaldi si rivolge a Salvini: «Se ora gli impediscono di fare la Flat Tax e di varare i minibot, stacchi la spina al governo: a quel punto saranno gli italiani, alle elezioni, a dire come la pensano».
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Galloni a Draghi: i minibot non sono né valuta né debito
Dobbiamo allinearci alle posizioni della Germania per quanto riguarda il funzionamento del sistema bancario. Cioè: le piccole banche devono poter prestare denaro (e quindi creare credito, moneta, liquidità) senza bloccarsi davanti al rating dei parametri di Basilea, che impediscono alle banche stesse di fare quest’operazione. In Germania le piccole banche sono sollevate da quest’obbligo, e quindi la Germania ha anche questa via d’uscita. Non solo: la Germania mantiene la gestione previdenziale fuori dal bilancio dello Stato, così come la spesa pubblica dei Lander. Queste tre circostanze – piccole banche, pensioni e spese delle Regioni – fanno sì che la Germania possa respirare. Anche la Francia respira, ma a scapito degli africani, perché stampa (emette, immette) il franco Cfa: una moneta che è anche una valuta, visto che circola fuori dalla Francia e non è quindi un circuito solo nazionale. Uno potrebbe dire: non viola l’articolo 128 del Trattato di Lisbona, perché la Francia costituisce con le sue ex colonie un circuito chiuso, nell’ambito del quale viene accettato questo mezzo di pagamento (che non va in Germania, né in Italia o in Olanda), e quindi è rispettoso. Ma se è rispettoso il franco Cfa, allora a maggior ragione dovrebbero esserlo i minibot: perché se fossero illegali i minibot, allora il franco Cfa sarebbe “illegalissimo”.
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Le guerre stellari di Elon Musk, che lancerà 12.000 satelliti
Mr. Elon Musk, grazie alla sua società SpaceX, il 23 maggio ha immesso in orbita bassa (440 Km di altezza) 60 satelliti per telecomunicazioni… e contemporaneamente i suoi uffici stampa hanno fatto sapere a tutto il mondo che la flotta orbitante potrebbe aumentare fino a raggiungere le 12.000 unità nel giro di pochi anni. Musk non è nuovo alle “sparate” di diverso tipo, finalizzate a gonfiare un’immagine grazie alla quale ottiene finanziamenti e tenta di sostenere il suo titolo a Wall Street. L’ultima è questa… utilizzare la costellazione di Starlink per generare reddito da investire nella colonizzazione di Marte. Per noi italiani, che siamo abituati agli scontri sulla Tav e sui cantieri bloccati, è pura fantascienza. Lui invece vive veramente nel nuovo millennio: negli ultimi tempi il vulcanico imprenditore ha ottenuto il sostegno del direttore della Nasa, Jim Bridenstine, che ha elogiato i successi della collaborazione fra l’agenzia spaziale di Stato americana e la privata SpaceX. Il motivo è il successo del razzo Falcon X, di proprietà di Musk, che è in grado di raggiungere la Stazione Spaziale Orbitante. Il vettore ha viaggiato finora privo di equipaggio ma «il prossimo lancio avverrà con astronauti a bordo», ha detto Bridenstine.«Sarà il primo lancio di un sistema spaziale disegnato per trasportare persone, costruito e gestito da un’azienda che ha scopi commerciali attraverso una partnership tra pubblico e privato. È un passo rivoluzionario sul nostro cammino per portare gli uomini sulla Luna, su Marte e oltre». La partita di Elon Musk si sta dunque di fatto giocando su molti tavoli e appare la più grande partita che sia mai stata giocata da “un uomo solo al comando”. Ovviamente gli ostacoli al progetto sono tanti e i detrattori sono potenti. Ma l’uomo è testardo e va avanti anche se le sue risorse finanziarie non si capisce bene da dove arrivino, in quanto il titolo a Wall Street soffre. Non si possono escludere “sostegni” occulti da parte di pezzi del Pentagono e della National Security Agency. I primi perchè grazie ai satelliti di Starlink potrebbero “osservare” ogni angolo sperduto della Terra inclusi i territori delle nazioni competitor; i secondi perché otterrebbero una quantità di Big Data inimmaginabile che perfezionerebbe il sistema di controllo. Un sistema di controllo “globale”?Quelle che seguono sono le “notizie” rese note. La Fcc, Autorità per le telecomunicazioni degli Stati Uniti, due mesi fa ha approvato con larghe riserve l’operazione Spacelink finalizzata a “coprire” – si precisa – solo gli Usa, con una megacostellazione di 4.425 satelliti a banda larga. Questo è un aspetto geopolitico centrale, poichè la Fcc può solo autorizzare un sistema che «invia e raccoglie dati» in Usa. Resta l’incognita: quando la flotta di satelliti transita su Russia o Cina o Venezuela o Corea del Nord, che fa? Interrompe il funzionamento? E chi la controlla? E’ vero che i piccoli satelliti per telecomunicazioni hanno capacità definite e in questo caso si dovrebbero limitare a ripetere a terra segnali in arrivo da sorgenti Internet. Ma si sa che l’attuale tecnologia è in grado di fare molto di più non appena il traffico dati diventa bidirezionale. Quindi il dubbio che il sistema possa essere usato anche per “controllare” resta. La Fcc ha comunque rifiutato la richiesta della società di estendere la scadenza entro la quale posizionare l’intera costellazione in orbita e ha fatto sapere che l’approvazione a SpaceX è condizionata alla presentazione di un piano aggiornato di “messa fuori orbita” dei satelliti esauriti o malfunzionanti, poiché il numero di satelliti della costellazione Starlink va ben oltre quanto le attuali linee guida considerano gestibile.SpaceX è la quarta società che la Fcc ha autorizzato al lancio di una nuova costellazione di satelliti non geostazionari (Ngso). Le altre società autorizzate sono OneWeb per 720 satelliti in bassa orbita terrestre, Telesat Canada per 117 satelliti in bassa orbita terrestre e Space Norway per due satelliti in orbite altamente ellittiche. Il mese scorso il presidente della Fcc, Mr. Ajit Pai, ha esortato gli altri commissari a sostenere l’applicazione di SpaceX «quale contributo per l’accesso a Internet nelle aree rurali e scarsamente servite degli Stati Uniti». SpaceX dovrà lanciare almeno la metà della sua costellazione di satelliti in banda Ku e Ka entro sei anni da oggi, secondo le regole recentemente riviste dall’Autority, o la sua autorizzazione verrà limitata al numero di satelliti in funzione a quella data. La società di Musk, che da gestore di lanci si è trasformata in operatore satellitare, ha chiesto invece all’Fcc l’autorizzazione a lanciare solo 1.600 satelliti in sei anni – poco più di un terzo dell’intera costellazione. L’Fcc ha rifiutato, ma ha dato a SpaceX il permesso di ripresentare una richiesta di deroga in futuro. SpaceX ha detto che in ottobre prevede di iniziare il servizio con 800-900 satelliti.La costellazione di SpaceX genera preoccupazione circa la sua potenzialità di avvolgere la Terra in una nuvola di detriti spaziali. Gli operatori delle flotte orbitanti OneWeb, Spire, Ses e Space Norway, hanno tutti espresso preoccupazione su come SpaceX proteggerà l’ambiente ed eviterà incidenti. Il dibattito resta aperto. Nonostante gli elogi del direttore, a contrastare il progetto è scesa in campo anche la Nasa: «Una costellazione grande quanto SpaceX ha probabilmente bisogno di soddisfare standard più rigorosi in caso di messa fuori orbita». Lo standard di affidabilità della Nasa prevede che almeno il 90% dei satelliti debba essere messo fuori orbita correttamente al termine della sua missione. La Fcc ha detto di essere d’accordo con la Nasa e quindi ha subordinato l’«approvazione finale a una descrizione aggiornata dei piani di mitigazione dei detriti orbitali». SpaceX ha risposto che metterà fuori orbita i suoi satelliti entro un anno dal completamento della loro missione. Ben prima dunque dei 25 anni suggeriti dalla Nasa e da altre importanti agenzie spaziali. La Fcc ha respinto le richieste degli operatori delle flotte Telesat e Viasat che chiedevano di non autorizzare SpaceX in quanto la costellazione rappresenta una minaccia di interferenza alle radiofrequenze in uso per altri satelliti.SpaceX ha utilizzato il software dell’Unione Internazionale delle Telecomunicazioni di Ginevra (Itu) per misurare i limiti di “densità di flusso di potenza equivalente (Epfd)” per la sua costellazione. La Fcc ha detto che rivedrà l’approvazione a SpaceLink a seguito di una valutazione favorevole o “qualificata favorevole” della sua dimostrazione Epfd da parte dell’Itu prima dell’inizio del servizio. SpaceX ha lanciato i suoi primi due prototipi di satellite a febbraio come missione secondaria con il satellite radar Paz per l’operatore spagnolo Hisdesat. Il fondatore e Ceo di SpaceX, venerdi 31 maggio, ha fatto sapere che «i 60 satelliti si sono accesi e hanno contattato le stazioni di terra» che sono incaricate del monitoraggio. Tutti i 60 satelliti hanno schierato i pannelli solari e la maggior parte di essi sono in procinto di spostarsi, dalla loro attuale distanza orbitale di 440 km, fino alla loro orbita definitiva di 550 km. «SpaceX continua a monitorare la costellazione alla ricerca di satelliti che potrebbero aver bisogno di essere disabilitati in sicurezza», ha detto il portavoce della società. «Tutti i satelliti hanno capacità di manovra e sono programmati in modo da evitare collisioni fra loro e gli altri oggetti in orbita».Elon Musk aveva avvertito il 15 maggio che, poiché i satelliti Starlink trasportano una quantità significativa di nuova tecnologia, «è possibile che alcuni non funzionino». «Ma siamo dentro un grande progetto e abbiamo fatto tutto il possibile per massimizzare le probabilità di successo». La “nuova tecnologia” menzionata da Musk include propulsori elettrici che funzionano a krypton al posto del tipico xenon, e antenne “phased array” avanzate per le comunicazioni. La maggior parte dei 60 satelliti hanno già utilizzato queste tecnologie. Un portavoce ha detto che i satelliti Starlink diventeranno meno visibili man mano che raggiungeranno la loro orbita definitiva, un processo che dovrebbe durare da tre a quattro settimane. «L’osservabilità da Terra dei satelliti Starlink sarà a quel punto drasticamente ridotta». La facile visibilità dei primi 60 satelliti Starlink, dopo il lancio, ha suscitato la preoccupazione tra gli astronomi a causa del fatto che quando fossero centinaia e migliaia avrebbero oscurato la volta celeste. La questione resta aperta e non si risolve con una modifica della osservabilità da terra.Musk ha twittato il 27 maggio: «Ci sarà una migliore comprensione della riflettenza dei satelliti una volta che l’innalzamento dell’orbita sarà completato. Ci importa molto della scienza». Siamo in presenza dello sviluppo di uno scenario nel quale compaiono aspetti nuovi e impensabili: 1) la “collaborazione” tra le istituzioni di Stato Usa e un soggetto privato finalizzata alla conquista dello spazio; 2) la gigantesca disponibilità di fondi e capacità tecnologica dimostrata da Elon Musk in pochissimi anni; 3) l’assenza di un complesso di norme internazionali che dovrebbe regolare la presenza di oggetti orbitanti a bassa quota posti nei cieli del pianeta. Nonostante tutti i mugugni e la sorpresa espressa dai diversi soggetti coinvolti, non ultima la società civile, non ci resta che stare a guardare.(Glauco Benigni, “Le guerre stellari di Elon Musk”, da “Megachip” del 5 giugno 2019).Mr. Elon Musk, grazie alla sua società SpaceX, il 23 maggio ha immesso in orbita bassa (440 Km di altezza) 60 satelliti per telecomunicazioni… e contemporaneamente i suoi uffici stampa hanno fatto sapere a tutto il mondo che la flotta orbitante potrebbe aumentare fino a raggiungere le 12.000 unità nel giro di pochi anni. Musk non è nuovo alle “sparate” di diverso tipo, finalizzate a gonfiare un’immagine grazie alla quale ottiene finanziamenti e tenta di sostenere il suo titolo a Wall Street. L’ultima è questa… utilizzare la costellazione di Starlink per generare reddito da investire nella colonizzazione di Marte. Per noi italiani, che siamo abituati agli scontri sulla Tav e sui cantieri bloccati, è pura fantascienza. Lui invece vive veramente nel nuovo millennio: negli ultimi tempi il vulcanico imprenditore ha ottenuto il sostegno del direttore della Nasa, Jim Bridenstine, che ha elogiato i successi della collaborazione fra l’agenzia spaziale di Stato americana e la privata SpaceX. Il motivo è il successo del razzo Falcon X, di proprietà di Musk, che è in grado di raggiungere la Stazione Spaziale Orbitante. Il vettore ha viaggiato finora privo di equipaggio ma «il prossimo lancio avverrà con astronauti a bordo», ha detto Bridenstine.
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Silenzio, parla Visco. La politica tace, e l’apocalisse avanza
«Attenzione a quelli che gridano che l’apocalisse è vicina: sbagliano». La realtà è peggiore, secondo Gioele Magaldi, perché «l’apocalisse è già in corso». Certo, «è un’apocalisse morbida, soft: un’apocalisse fredda», sostiene il presidente del Movimento Roosevelt. In altre parole, «l’apocalisse è questa cosa strisciante e melensa, per cui tutto è lasciato nella stagnazione». A monte, l’economia risponde a dei dogmi. E mentre la narrazione mainstream «ci anestetizza il cervello e ci addormenta, coi giornalisti diffidati dal fare veramente il loro mestiere, dal mantenere la schiena dritta», i politici «sono resi incapaci di intendere e volere, e di agire». L’ultimo esempio? Silenzio di tomba, dall’intero schieramento gialloverde, dopo l’ultima esternazione di Ignazio Visco. Nel bocciare l’idea dei “minibot” («sarebbero solo altro debito»), il governatore di Bankitalia “ricorda” al governo chi comanda davvero: non la democrazia, ma il potere oligarchico che controlla il denaro al di sopra dei governi – e nella fattispecie quello italiano, a cui non verranno concessi i fondi necessari per dare ossigeno all’economia. In altre parole, dice Visco, “rassegnatevi all’austerity eterna”. «E’ la dottrina ipocrita del suo maestro Mario Draghi», protesta Magaldi: «Come se a dirigere l’economia europea fosse davvero il “pilota automatico” dei “mercati”, e non invece la sapiente regia di pochi oligarchi». Il problema? «Nessuno ha replicato a Visco, nemmeno Salvini e la Meloni».Se la politica subisce in silenzio un diktat del genere, si domanda Magaldi in web-streaming su YouTube, come può fare promesse agli italiani? Come si fa a tentare di risollevare l’economia, già sapendo che il potere incarnato da Visco (terminale italiano di Draghi) ti negherà i soldi necessari a sviluppare l’occupazione? Per Magaldi, il silenzio della politica di fronte a Bankitalia è sconcertante, inaccettabile. E proprio per coprire questo mutismo assordante, si preferisce ripiegare su temi innocui e irrilevanti, come quelli su cui perdono tempo Lega e 5 Stelle, litigando fra loro. «Da una parte il mainstream intrattiene gli italiani, per settimane, su una farsa come il matrimonio-fantasma di Pamela Prati, e dall’altra Roberto Fico polemizza con Salvini sull’idea di includere anche i migranti, come “nuovi italiani”, nella comunità nazionale che celebra se stessa il 2 giugno». Fiato alle trombe, titoloni sui giornali. Non una parola, invece, per ricordare a Ignazio Visco che non può essere la Banca d’Italia a dettare al governo la politica economica: che ci stanno a fare, i parlamentari eletti dal popolo, se non possono decidere niente di importante? E’ la tragica prassi della post-democrazia. Ma appunto: Salvini e Di Maio non erano stati votati proprio per metter fine a questo abuso di potere? E quindi perché tacciono, esattamente come i loro predecessori, non appena il governatore della banca centrale “spiega” loro che possono dedicarsi a qualunque cosa, tranne che al benessere dell’Italia?Non è strano neppure che la narrazione dei grandi media venda come notizia sensazionale l’ennesima “riservatissima” riunione del Bilderberg, che in realtà non ha segreti per nessuno. «Il Bilderberg – chiarisce Magaldi, autore del saggio “Massoni” che rivela il super-potere delle 36 Ur-Lodges che dominano il pianeta – è solo un’entità “paramassonica” come la Trilaterale, la Chatham House inglese, gli statunitensi Bohemian Club e Council on Foreign Relations». Organismi creati da supermassoni, ma aperti al reclutamento di “profani” eventualmente “servizievoli”. Nel 2019 fa notizia l’invito del Bilderberg esteso a Matteo Renzi? «L’ex premier – aggiunge Magaldi – aveva inutilmente bussato alle superlogge, che però non l’hanno accolto. Ora gli offrono, come magra consolazione, la passerella del Bilderberg: un salotto dove “non si tocca palla”, perché le grandi decisioni vengono prese altrove». Per esempio, nelle Ur-Lodes in cui militano gli stessi Visco e Draghi: quelli sono i veri centri di potere, che stabiliscono – come oggi in Italia – se un governo può essere messo in condizioni di sostenere i cittadini, oppure no. Ecco la verità che bisognerebbe urlare, una volta per tutte. E invece, ancora e sempre, si sceglie il silenzio.Dalla sua trincea, il Movimento Roosevelt agita esattamente questo spettro: il dominio subdolo del potere neoliberista ha sostanzialmente confiscato la democrazia, svuotandola del suo potenziale. Magaldi ricorda che il 14 luglio a Roma nascerà il “Partito che serve all’Italia”, cantiere politico per offrire agli italiani una prospettiva di riscatto basata sull’analisi sincera della situazione, mettendo a fuoco lo strapotere abusivo e inquinante dei santuari oligarchici. Salvini e Di Maio non osano replicare a Visco? Poi non lamentiamoci, dice Magaldi, se la crisi sta facendo marcire il paese. «L’apocalisse è già qui», insiste il presidente del Movimento Roosevelt: «E’ nei salari inadeguati, nelle pensioni troppo basse, nel lavoro che non si trova, nel paese che non rinnova le sue infrastrutture». Vale per l’Italia, ma anche per gli altri paesi. «L’apocalisse è nel mondo, che è pieno di sudditi e neo-sudditi. E’ nella diseguaglianza che aumenta: l’apocalisse è già qui, non c’è bisogno di paventare chissà quale evento. Viviamo in una condizione che non è accettabile, in un mondo che potrebbe dare, a ciascuno, dignità e prosperità». Che fare? Pretendere che il governo faccia valere i suoi diritti, a tutela degli italiani. E se non basta, dare vita a nuove forze politiche con un mandato inequivocabile: sfidare l’oligarchia, per restituire sovranità democratica all’Italia e all’Europa.«Attenzione a quelli che gridano che l’apocalisse è vicina: sbagliano». La realtà è peggiore, secondo Gioele Magaldi, perché «l’apocalisse è già in corso». Certo, «è un’apocalisse morbida, soft: un’apocalisse fredda», sostiene il presidente del Movimento Roosevelt. In altre parole, «l’apocalisse è questa cosa strisciante e melensa, per cui tutto è lasciato nella stagnazione». A monte, l’economia risponde a dei dogmi. E mentre la narrazione mainstream «ci anestetizza il cervello e ci addormenta, coi giornalisti diffidati dal fare veramente il loro mestiere, dal mantenere la schiena dritta», i politici «sono resi incapaci di intendere e volere, e di agire». L’ultimo esempio? Silenzio di tomba, dall’intero schieramento gialloverde, dopo l’ultima esternazione di Ignazio Visco. Nel bocciare l’idea dei “minibot” («sarebbero solo altro debito»), il governatore di Bankitalia “ricorda” al governo chi comanda davvero: non la democrazia, ma il potere oligarchico che controlla il denaro al di sopra dei governi – e nella fattispecie quello italiano, a cui non verranno concessi i fondi necessari per dare ossigeno all’economia. In altre parole, dice Visco, “rassegnatevi all’austerity eterna”. «E’ la dottrina ipocrita del suo maestro Mario Draghi», protesta Magaldi: «Come se a dirigere l’economia europea fosse davvero il “pilota automatico” dei “mercati”, e non invece la sapiente regia di pochi oligarchi». Il problema? «Nessuno ha replicato a Visco, nemmeno Salvini e la Meloni».
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Spolpare l’Italia: solo Salvini e Meloni contro il piano-Draghi
Solo Matteo Salvini e Giorgia Meloni potrebbero scongiurare l’avvento a Palazzo Chigi di Mario Draghi, invocato da Berlusconi per affondare il traballante governo gialloverde e recuperare così un ruolo politico ammiccando alla tecnocrazia europea. Lo afferma Gianfranco Carpeoro, che ha accesso a fonti riservate nell’ambito del circuito massonico internazionale. Autore del saggio “Dalla massoneria al terrorismo”, che mette a fuoco la “sovragestione” che pilota i destini europei (con l’Italia il più delle volte nel ruolo di vittima), Carpeoro era stato il primo, alla vigilia delle europee, a lanciare l’allarme-Draghi: la supermassoneria reazionaria, in cui il presidente della Bce milita, sta aumentando la pressione su Super-Mario perché accetti di formare un governo “lacrime e sangue”, come quello di Monti. Le premesse ci sono tutte: l’alleanza gialloverde è al capolinea, e la crisi economica – già seria, anche a causa del mancato ampliamento del deficit – è destinata ad aggravarsi in modo artificioso, attraverso la sapiente regia politica dello spread. La solita tenaglia finanziaria, preannunciata direttamente dai tecnocrati di Bruxelles: lo provano le fughe di notizie sulle “letterine” della Commissione Europea che prospettano una severa punizione per il nostro paese, costretto a tagli sanguinosi e al probibile aumento dell’Iva.A completare il quadro, i ministeri-colabrodo da cui escono le notizie: questo è un governo che non gode della leale collaborazione di molti dirigenti e funzionari ministeriali, dice Carpeoro, in web-streaming su YouTube con Fabio Frabetti di “Border Nights”. Certo Salvini ha vinto, alle europee, ma non ha stravinto. Altro dato: una parte della magistratura gli ha dichiarato guerra. Lo dimostra il dissequestro della nave Sea Watch, ampiamente previsto dallo stesso Carpeoro: «Un bell’escamotage, per scavalcare il ministro dell’interno. Prima si sequestra la nave, sottraendola così al controllo del governo. Poi si fanno sbarcare i migranti, e infine si dissequestra il natante. Risultato: tutti i migranti entrano in Italia, alla faccia di Salvini, e senza che nessun altro paese europeo si assuma l’onere dell’accoglienza». Tutto questo, senza contare la “guerriglia” dei 5 Stelle pro-Ong. «Stanno cercando di spingere Salvini, in ogni modo, a far saltare il governo». Ed è esattamente l’obiettivo numero uno dell’eurocrazia, che sogna di insediare Mario Draghi – in autunno – al posto di Giuseppe Conte. Obiettivo: «Finire di svendere l’Italia, cioè la metà che ancora ci resta, facendoci fare la fine della Grecia». Dettaglio: vorrebbero mettere le mani anche sui nostri beni culturali. E soprattutto: impedire che vengano un giorno conteggiati, come patrimonio di altissimo valore anche finanziario, nel rating dell’Italia. «Portaci via anche i beni culturali sarebbe la “soluzione finale”, come quella attuata da Hitler per annientare gli ebrei».Per Carpeoro, la situazione è gravissima. Uno dei problemi si chiama Luigi Di Maio: «Non che avessi molta fiducia in lui, ma si è dimostrato uno zero assoluto. E se hai degli zeri, anziché degli statisti, dove speri di andare?». Molto meglio Salvini, oggi al centro di un autentico assedio, su ogni fronte (politico, mediatico, giudiziario). «Ma nemmeno Salvini è adeguato alla situazione», ammette Carpeoro: al leader della Lega mancano l’esatta visione della situazione e una sufficiente capacità di proiezione nel futuro. Molta tattica, ma senza una vera strategia. Nel gioco s’è infilato in contropiede l’anziano Berlusconi, che per uscire dall’angolo s’è inventato la carta Draghi: «Una mossa abile e raffinata per tornare ad avere un ruolo politico, in questo caso alleandosi con la tecnocrazia Ue». Ma nemmeno Berlusconi ha fatto bene i suoi conti: «Si è presentato come il garante dell’ordine europeo, è vero, ma non ha capito che l’Europa non ha nessuna paura del sovranismo. In più, dalle elezioni la burocrazia Ue è uscita rafforzata, non certo indebolita».Forse, il Cavaliere riuscirà davvero a spianare a Draghi la strada per Palazzo Chigi (nel caso, con la determinante collaborazione dei poteri forti, Quirinale e Bankitalia in testa, aiutati dall’impennarsi dello spread e dal consueto gioco al massacro delle agenzie di rating). Ma alla fine Forza Italia si sfalderà: «E’ un partito pieno di Casini e di Alfani, tutta gente con la valigia sempre pronta». I grillini? Ormai in caduta verticale: la base non riesce a esprimere un’alternativa alla sciagurata leadership di Di Maio, «telecomandato da un Davide Casaleggio che ormai si consulta regolarmente con personaggi come Tajani e Jacques Attali, l’eminenza grigia di Macron». Il Pd zingarettiano? Encefalogramma politicamente piatto: si limita a sperare che Conte (cioè Salvini) cada, lasciando il posto a Draghi. «E con Draghi, Salvini non avrebbe nessuna possibilità di sopravvivenza, al governo». Unica chance: «Lui e la Meloni hanno i numeri per tentare di resistere, ed entrambi hanno forti ambizioni personali». Escluse, ovviamente, le elezioni anticipate: Salvini e Meloni vincerebbero, potendo poi governare insieme. Come finirà? Male, secondo Carpeoro, perché – tanto per cambiare – mezza Europa spera di banchettare sul cadavere dell’Italia, dopo aver spolpalto gli italiani con il consueto appoggio dei “collaborazionisti” interni. «Duecento anni fa, l’Italia non esisteva neppure: era in mano a signorotti che si vendevano allo straniero per far fuori lo starerello confinante. Non è cambiata molto, la situazione». E oggi stiamo per toccare il fondo, con una crisi sociale che minaccia di farsi devastante. «Se non altro, più scuro di mezzanotte non può fare. E ormai ci siamo».Solo Matteo Salvini e Giorgia Meloni potrebbero scongiurare l’avvento a Palazzo Chigi di Mario Draghi, invocato da Berlusconi per affondare il traballante governo gialloverde e recuperare così un ruolo politico ammiccando alla tecnocrazia europea. Lo afferma Gianfranco Carpeoro, che ha accesso a fonti riservate nell’ambito del circuito massonico internazionale. Autore del saggio “Dalla massoneria al terrorismo”, che mette a fuoco la “sovragestione” che pilota i destini europei (con l’Italia il più delle volte nel ruolo di vittima), Carpeoro era stato il primo, alla vigilia delle europee, a lanciare l’allarme-Draghi: la supermassoneria reazionaria, in cui il presidente della Bce milita, sta aumentando la pressione su Super-Mario perché accetti di formare un governo “lacrime e sangue”, come quello di Monti. Le premesse ci sono tutte: l’alleanza gialloverde è al capolinea, e la crisi economica – già seria, anche a causa del mancato ampliamento del deficit – è destinata ad aggravarsi in modo artificioso, attraverso la sapiente regia politica dello spread. La solita tenaglia finanziaria, preannunciata direttamente dai tecnocrati di Bruxelles: lo provano le fughe di notizie sulle “letterine” della Commissione Europea che prospettano una severa punizione per il nostro paese, costretto a tagli sanguinosi e al probabile aumento dell’Iva.
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5 Stelle al guinzaglio: “fedeli” a Di Maio, ora scompariranno
«Scegliendo di confermare Di Maio come leader del movimento, i 5 Stelle si sono condannati all’irrilevanza politica». Massimo Mazzucco ha le idee chiare, in proposito, dopo la clamorosa sconfitta dei penstastellati alle europee. «C’è chi dice che il sud non è tornato a votare in massa “perchè ormai il reddito di cittadinanza l’abbiamo avuto”. C’è chi dice che i 5 Stelle hanno pagato il tradimento sui vaccini, poichè la fetta di elettorato free-vax sarebbe molto più grossa di quello che si immagina. C’è chi dice che i 5 Stelle hanno pagato i vari voltafaccia, sulla Tap, sugli F-35, sull’uscita dall’euro. Ma nessuna di queste motivazioni – scrive Mazzucco su “Luogo Comune” – può spiegare un crollo così verticale del supporto elettorale nell’arco di un solo anno». Il 4 marzo 2018 ben 9 milioni di italiani avevano votato M5S (Salvini oggi è stato votato “solo” da 8 milioni di concittadini). Eppure, a un solo anno di distanza, il consenso grillino si è dimezzato. «Nessun elemento singolo può giustificare una débacle così clamorosa». In realtà, aggiunge Mazzucco, non è possibile capire il tonfo dei 5 Stelle se non si tiene conto del motivo originale per cui avevano avuto successo: «Non si erano presentati come una forza politica, ma con una forza morale».Di fronte ad un mondo fatto di corruzione, di inciuci e di schiene che si piegano docilmente al potere delle lobby, «era comparso dal nulla un movimento di persone che metteva al primo posto i principi più alti, la centralità dell’individuo e la dirittura morale». I 5 Stelle, ricorda Mazzucco, promettevano di cambiare l’Italia «non perchè promettessero soluzioni specifiche, ma perché loro erano diversi». Non si trattava solo di comprare meno F-35, di bloccare le “grandi opere inutili” o di smarcarsi dall’euro: quando nove milioni di italiani li hanno scelti, hanno scelto una politica fatta di sani principi morali, prima ancora che una politica fatta di scelte singole», argomenta Mazzucco. Ci si aspettava che da questi principi morali scaturissero delle decisioni che sarebbero sempre state riconducibili a ciò che è “giusto”, ciò che è “sano”, ciò che è “superiore”. «In altre parole, i 5 Stelle hanno promesso l’impossibile. Perché è impossibile, in un mondo di corruzione, arrivare con la lancia in resta e mettere fine a questa corruzione. Una cosa è gridare “onestà”, ben altra è applicare questa onestà una volta che si è scesi in campo. Perchè l’onestà non è solo quella di chi non ruba, ma è anche – e prima di tutto – onestà intellettuale. Onestà rispetto a ciò che sei, rispetto alle tue idee e ai tuoi principi».Quando ti trovi a combattere faccia a faccia con il “drago nero”, scrive Mazzucco, ti ci devi avvicinare, e avvicinandoti resterai ferito. «E man mano che accumuli ferite cominci ad evitare le sue mosse, cominci a cercare un nascondiglio, cominci a indietreggiare. Cominci a esitare. E ogni volta che indietreggi, dimostri ai tuoi sostenitori di non essere in grado di fare quello che avresti voluto». Aggiunge Mazzucco: «Non c’è bisogno di essere in malafede per andare incontro a queste piccole sconfitte quotidiane. È sufficiente confrontarsi fisicamente con il “drago nero”, partendo dal presupposto sbagliato di poterlo sconfiggere con un colpo secco al cuore, mantenendo intatta la tua onestà morale». E attenzione: quello che viene a vedere lo spettacolo «non è mai un pubblico riconoscente: nel momento in cui vede che indietreggi, ti volta lui stesso la faccia e di te non vuole più sentir parlare». L’errore dei 5 Stelle? «E’ stato molto semplice: promettere l’impossibile. Nel momento stesso in cui hanno detto “apriremo il Parlamento come una scatola di tonno” hanno segnato il loro destino». Nulla, in questo mondo, si apre “come una scatola di tonno”.«L’unico modo di procedere, nel mondo complicato di oggi – aggiunge Mazzucco – è quello di tenere i tuoi principi morali come unica stella polare, anche a costo di dover tornare all’opposizione. Allora sì che la base li avrebbe sostenuti comunque. Ma nel momento in cui rinunci a tuoi principi morali, perchè vuoi restare al governo a tutti i costi, hai già perso la tua partita». Questione di qualche giorno, e la “caserma” penstastellata – ispirata ancora una volta direttamente da Grillo, che ha protetto Di Maio – è tornata a schierarsi con il non-leader, perdonandogli tutto. «Non mi monto la testa, questo è il momento dell’umiltà», scrive Di Maio sul “blog delle stelle”, annunciando l’80% dei consensi incassati dagli oltre 56.000 votanti sulla piattaforma Rousseau. Di Maio tenta di presentare come una vittoria la celebrazione della sconfitta: «Abbiamo segnato il record assoluto di partecipazione a una votazione per il Movimento 5 Stelle», dice, «ed è anche il record mondiale per una votazione online in un singolo giorno per una forza politica». L’unica mossa che sarebbe stato giusto aspettarsi, da Di Maio, erano le dimissioni: avrebbero potuto costringere i 5 Stelle – tutti – a guardarsi allo specchio: sono uno strano “battaglione”, telecomandato da Grillo e Casaleggio, incapace di decisioni autonome.Proprio la mancanza di libertà e di democrazia interna ha impedito ai parlamentari grillini di agire in modo coerente, rispetto a quanto promesso. Una “prigionia” politica che ora ha spinto i militranti a obbedire, ancora una volta, fingendo entusiasmo nel sostenere il fallimentare Di Maio. Per Mazzucco, i grillini «hanno avuto paura di riconoscere l’errore di fondo che la gestione “democristiana” del movimento comportava, e si sono messi da soli in un cul-de-sac che li porterà alla lenta estinzione». Era stato facile profeta, Mazzucco, quando – un anno fa – ripeteva che, seguendo la strada del compromesso, i 5 Stelle avrebbero progressivamente perso quote sostanziali del loro elettorato. Eppure la lezione non gli è bastata, neppure dopo la Caporetto delle europee: «Spaventati e tramortiti dalla batosta elettorale, hanno scelto di restare aggrappati alle posizioni già acquisite invece di cogliere l’occasione per riportare il movimento sul sentiero che ne aveva decretato l’immenso successo elettorale». Ora è solo questione di tempo: «Salvini li schiaccerà lentamente, “con dolcezza”, obbligandoli a seguire una agenda sempre più di destra e sempre più lontana dai loro ideali. E quando avrà finito di spremerli come limoni lì butterà via, restituendoli ad un elettorato che a quel punto non potrà che vendicarsi ancora di più per il tradimento subito».«Scegliendo di confermare Di Maio come leader del movimento, i 5 Stelle si sono condannati all’irrilevanza politica». Massimo Mazzucco ha le idee chiare, in proposito, dopo la clamorosa sconfitta dei penstastellati alle europee. «C’è chi dice che il sud non è tornato a votare in massa “perché ormai il reddito di cittadinanza l’abbiamo avuto”. C’è chi dice che i 5 Stelle hanno pagato il tradimento sui vaccini, poiché la fetta di elettorato free-vax sarebbe molto più grossa di quello che si immagina. C’è chi dice che i 5 Stelle hanno pagato i vari voltafaccia, sulla Tap, sugli F-35, sull’uscita dall’euro. Ma nessuna di queste motivazioni – scrive Mazzucco su “Luogo Comune” – può spiegare un crollo così verticale del supporto elettorale nell’arco di un solo anno». Il 4 marzo 2018 ben 9 milioni di italiani avevano votato M5S (Salvini oggi è stato votato “solo” da 8 milioni di concittadini). Eppure, a un solo anno di distanza, il consenso grillino si è dimezzato. «Nessun elemento singolo può giustificare una débacle così clamorosa». In realtà, aggiunge Mazzucco, non è possibile capire il tonfo dei 5 Stelle se non si tiene conto del motivo originale per cui avevano avuto successo: «Non si erano presentati come una forza politica, ma con una forza morale».
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Polvere di Stelle: ko l’ambigua Scientology dei Casaleggio
Dopo la solenne mazzolata alle europee, grida d’allarme e pianti isterici si sono levati sui social, per l’emorragia colossale di consensi fuoriuscita dal M5S, mentre opinionisti di ogni genere sono subito corsi ad analizzare motivi e cause di una tale clamorosa débacle. Probabilmente, dato lo scarso coinvolgimento suscitato in genere dalle elezioni europee, una parte dell’elettorato potrebbe tornare alle politiche, comunque la leadership pentastellata non si è certo distinta per coerenza e rispetto delle fantomatiche promesse elettorali. Inoltre la vera causa della batosta consiste soprattutto nel fatto che il partito del né né non ha alcuna identità politica seria, nessuna ‘rivoluzione più o meno gentile’, ma una sola identità, quella del partito azienda. Dentro il corso della modernità liquida del terzo millennio il M5S si è adattato perfettamente, con prepotente vitalità, ancorandosi alla storia politica italiana, come fa il camaleonte con il ramo con cui si mimetizza, invadendo il panorama politico con promesse mirabolanti, irrompendo sulle piattaforme social con slogan propagandistici sempre più ossessivi e circondandosi di una folla di followers guidati più da un fanatismo morboso che da un serio giudizio critico sull’operato concreto del loro partito di riferimento, osannato oltre ogni possibile dubbio, secondo pratiche fideistiche che ricordano più una sorta di scientology italiana, che un movimento democratico.Facile cascare nel delirio collettivo provocato dalla genialità dell’esperimento di Gianroberto Casaleggio, però il M5S non è una forza politica nata dal basso, ma una semplice riproduzione della prima società di Casaleggio, la Webegg, gruppo per la consulenza delle aziende in Rete, controllata da I.T. Telecom Spa. Esperimento cui Casaleggio ha lavorato alla fine degli anni Novanta, quando da amministratore delegato cominciò a testare nei forum intranet dell’azienda i meccanismi di formazione e produzione del consenso attraverso la propaganda virale. Testi e regia dei Vday infatti, gli eventi antecedenti alla nascita del Movimento, erano in pratica decisi dalla Casaleggio. Grillo è stato l’uomo immagine, il frontman del consenso elettorale che poteva raccogliere e rilanciare la rabbia che saliva da più parti della società civile e incrementare il sentimento d’indignazione contro il sistema. In questa prima fase il MoV sosteneva alcune istanze che poi smentirà tutte: l’uscita dalla Nato, il rifiuto assoluto di comparire sulle tv, la decrescita felice, il plauso ad uno stile di vita francescano, un deciso sovranismo, una forte critica all’euro e all’Unione Europea.Gianroberto Casaleggio ha progettato attentamente la sua scalata al potere, tutelando con cura paranoica la fuga di notizie sulla sua storia professionale, anche se ai più attenti molte cose non erano sfuggite. Lo stesso Gianroberto teorizzava spesso sul potere degli ‘influencers’, i piazzisti di prodotti sul mercato, o fake persuaders, coloro che orientano il consenso degli utenti, creando e dirottando correnti di pensiero per finalità di marketing, anche politico. La persuasione funziona perfettamente quando è invisibile, e il marketing più efficace è quello che s’insinua subdolamente nella nostra coscienza, attraverso un processo di propagazione virale riprodotta sui social, simulando magnificamente l’autonomia delle nostre opinioni, che in realtà sono di altri. Il guru del web riuscì ad incastrare Grillo nell’avventura politica che si stava aprendo nel 2005, e con l’apertura del blog di Grillo cominciò la traversata nel deserto del nuovo partito populista. Tutta la comunicazione veniva studiata sistematicamente da Casaleggio, e Grillo serviva da amplificatore seducente e accattivante dei depistaggi ideologici, veri o presunti, della nuova creatura politica.Il blog fu subito ispiratore di liste civiche e di meetup territoriali, cui le persone partecipavano con grande entusiasmo, sentendosi protagonisti, esponenti preziosi del MoV, in realtà venivano spesso ignorati dai vertici, a meno che rispondessero ai canoni elettorali che facevano loro comodo, giovani, fotogenici, malleabili, succubi e dotati molto più di soft skills che di hard skills, più attitudini che competenze. Una volta eletti, una ‘squadra di esperti’ li avrebbero guidati nelle proposte e nei dibattiti politici. L’ipnosi collettiva scatenò effetti immediati, eliminò la sensazione d’impotenza, perché era taumaturgico gridare un “vaffa” verso i decrepiti e corrotti politici della casta, e illuse sulla possibilità di un riscatto, che poteva trovarsi finalmente a portata di mano. Il sogno si sa è sempre più forte del realismo, ed è la carica emozionale indispensabile per muovere le coscienze attraverso “parole guerriere”. Ma il riscatto non può arrivare, perché il MoV è una controrivoluzione, l’anarchismo interno in realtà è guidato dalla diarchia Casaleggio (oggi unico proprietario del simbolo e della società srl) e Di Maio, tutti gli altri stanno sotto.La selezione della classe dirigente è uno dei problemi seri, perché in Parlamento sono arrivate persone che non hanno mai letto la Costituzione, oppure diretti dipendenti, comprati a suon di promesse e di pretese. «Descrivere il potere dei Casaleggio è come comporre un puzzle», dicono due ex collaboratori del MoV, Nicola Biondo e Marco Canestrari nel loro ultimo libro di recente pubblicazione “Il sistema Casaleggio”. «Ci sono migliaia di pezzettini: associazioni aperte e chiuse, avvocati, notai, relazioni, contatti, incontri, cene, convegni, partiti politici, aziende pubbliche e private. Frammenti di racconto che presi da soli non hanno un grande significato. Bisogna ricostruire e collegare i tasselli con pazienza, per capire come ciascuno sia parte di uno schema coerente. Il paravento dietro cui si nasconde questo inganno è l’asserita volontà di costruire un nuovo modello di democrazia, la “democrazia diretta”, governata da un’applicazione web di pessima qualità chiamata Rousseau». Peraltro, secondo Davide Casaleggio, Rousseau dovrebbe sostituire i processi democratici esistenti oggi in Occidente: «Il Parlamento diventerà superfluo», ha profetizzato in un’intervista del luglio 2018.La scalata ai vertici del partito è avvenuta al momento della scomparsa di Gianroberto, quando il figlio Davide si è assicurato un ruolo assolutamente anomalo: non ha una carica politica eppure gestisce l’attività del MoV, come presidente dell’Associazione Rousseau, tesoriere e amministratore unico. Ma mentre Casaleggio ha il potere di governare i dati degli iscritti, le procedure di votazione dei candidati, le proposte da presentare in Parlamento, i soldi versati dai donatori e dai parlamentari (300 euro al mese, 6 milioni in 5 anni di legislatura, quindi soldi pubblici che vanno ad un’associazione privata), al contrario il movimento non può indicare i vertici, non può influenzare le decisioni, non può modificare le regole interne. Il nuovo statuto del partito, datato 30 dicembre 2017 e scritto dall’avvocato Luca Lanzalone (ora in carcere), blinda l’accordo tra l’Associazione e il partito. Gli strumenti informatici del MoVimento saranno forniti da Rousseau, per sempre, e il regolamento per le candidature quantifica la cifra di 300 euro al mese.Ora da un po’ di tempo si parla di una segreteria politica, di una rete territoriale, ma nulla lascia prevedere che il MoV possa trasformarsi in qualcosa di diverso rispetto ad uno strumento attraverso il quale i Casaleggio hanno concentrato nelle loro mani influenza e potere. Dopo il voto sulla Diciotti poi si è capito che gli iscritti sono pronti a ratificare qualsiasi proposta, se pilotati nel modo giusto da video orientati al lavaggio di cervello. Anche oggi, nel dopo tracollo alle europee, a decidere è solo un piccolo direttorio di poche persone, Casaleggio, Di Maio, Bugani. Il MoV si è presentato all’opinione pubblica italiana attraverso tre messaggi chiari: noi siamo il movimento della trasparenza, della legalità, della democrazia diretta. In realtà in questo non-partito, un soggetto non eletto da nessuno, attraverso un’associazione privata di nome Rousseau, controlla la gestione e le attività di un MoV, in maniera unidirezionale.Il conflitto di interessi, ambiguo e opaco, meriterebbe di essere messo a fuoco in modo netto: a quale titolo il capo di una srl impone a dei parlamentari eletti senza vincolo di mandato l’obbligo di essere sudditi di un’associazione privata? E comunque spiega perfettamente il crollo del MoV alle europee, perché se il partito del “né destra né sinistra” ha potuto raccattare moltissimi voti alle ultime politiche, proprio grazie all’ambiguità del proprio messaggio poliedrico e multilaterale, poi però di fronte alle sfide di governo non riesce più a gestire il consenso. Del MoV delle origini è rimasto solo un brand elettorale, svuotato di ogni energia progettuale di ampio respiro, adagiatosi costantemente su toni da political newsjacking perpetua, ostinatamente regolata su spot propagandistici di grande effetto, semplici, immediati, capaci di colpire l’immaginario collettivo. Ma la rappresentanza politica di istanze democratiche dovrebbe essere un’altra cosa…(Rosanna Spadini, “Polvere di Stelle”, da “Come Don Chisciotte” del 29 maggio 2019).Dopo la solenne mazzolata alle europee, grida d’allarme e pianti isterici si sono levati sui social, per l’emorragia colossale di consensi fuoriuscita dal M5S, mentre opinionisti di ogni genere sono subito corsi ad analizzare motivi e cause di una tale clamorosa débacle. Probabilmente, dato lo scarso coinvolgimento suscitato in genere dalle elezioni europee, una parte dell’elettorato potrebbe tornare alle politiche, comunque la leadership pentastellata non si è certo distinta per coerenza e rispetto delle fantomatiche promesse elettorali. Inoltre la vera causa della batosta consiste soprattutto nel fatto che il partito del né né non ha alcuna identità politica seria, nessuna ‘rivoluzione più o meno gentile’, ma una sola identità, quella del partito azienda. Dentro il corso della modernità liquida del terzo millennio il M5S si è adattato perfettamente, con prepotente vitalità, ancorandosi alla storia politica italiana, come fa il camaleonte con il ramo con cui si mimetizza, invadendo il panorama politico con promesse mirabolanti, irrompendo sulle piattaforme social con slogan propagandistici sempre più ossessivi e circondandosi di una folla di followers guidati più da un fanatismo morboso che da un serio giudizio critico sull’operato concreto del loro partito di riferimento, osannato oltre ogni possibile dubbio, secondo pratiche fideistiche che ricordano più una sorta di scientology italiana, che un movimento democratico.
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Renzi al Bilderberg con Gruber, ma il vero potere è altrove
La 67ma riunione del gruppo Bilderberg si terrà a Montreux, in Svizzera, dal 30 maggio al 2 giugno. Politica, economia, industria, finanza e media: tra i circa 130 partecipanti, nella “delegazione” italiana ci saranno Matteo Renzi, Stefano Feltri del “Fatto Quotidiano” e Lilli Gruber. Lo conferma, in una nota, l’“Huffington Post”. Saranno trattati 11 grandi temi globali in quattro giorni, tra questi anche ambiente e futuro: “Un ordine strategico stabile”, “Quale futuro per l’Europa?”, “Cambiamenti climatici e sostenibilità”. E poi “Cina”, “Russia”, “Il futuro del capitalismo”, “Brexit”. E ancora: “L’etica dell’intelligenza artificiale”, “I social media come arma”, “L’importanza dello spazio”, “Le minacce cyber”. «A iniziare le conferenze del gruppo – scrive l’“Huffington” – fu un’idea del magnate statunitense David Rockefeller. La prima riunione si tenne il 29 maggio del 1954 all’Hotel Bilderberg nei Paesi Bassi e il punto focale dell’incontro fu la crescita dell’antiamericanismo che si respirava in Europa occidentale». Lo stesso Bilderberg oggi spiega che a Montreux è invitato «un gruppo eterogeneo di leader politici ed esperti dell’industria, della finanza, del mondo accademico, del lavoro e dei media».Fondato nel 1954, il Bilderberg Meeting è una conferenza annuale «progettata per favorire il dialogo tra Europa e Nord America», spiega lo stesso club sul proprio sito. Ogni anno, tra 120-140 leader politici ed esperti dell’industria, della finanza, del lavoro, del mondo accademico e dei media sono invitati a prendere parte al Meeting. Circa due terzi dei partecipanti provengono dall’Europa e il resto dal Nord America; circa un quarto dalla politica e dal governo e il resto da altri campi. Il Bilderberg si definisce «un forum per discussioni informali su questioni importanti». Gli incontri «si svolgono secondo la Chatham House Rule, che stabilisce che i partecipanti sono liberi di utilizzare le informazioni ricevute, ma né l’identità né l’affiliazione degli oratori o di altri partecipanti possono essere rivelate». Grazie alla natura privata del Meeting, i partecipanti «prendono parte come individui piuttosto che in qualsiasi veste ufficiale, e quindi non sono vincolati dalle convenzioni del proprio ufficio o da posizioni prestabilite». In quanto tali, «possono prendere tempo per ascoltare, riflettere e raccogliere idee». Non vi è alcun ordine del giorno dettagliato, non vengono proposte risoluzioni, non vengono votate né emesse dichiarazioni politiche.Da anni, il Bilderberg fa parlare di sé lasciando trapelare (o addirittura presentando apertamente) la lista degli invitati. «Tanta sovraesposizione – sostiene il saggista Gianfranco Carpeoro, acuto analista delle dinamiche del potere – sembra fatta apposta per lasciare al riparo, nell’ombra, i veri centri di potere». Gioele Magaldi, autore del bestseller “Massoni”, spiega che il Bilderberg (come la Trilaterale e la Chatham House inglese, il Council on Foreign Relations statunitense, il Gruppo dei Trenta, la stessa Bce) sono in realtà istituzioni “paramassoniche”, cioè progettate da massoni ma aperte a “profani”. In pratica, cinghie di trasmissione del vero potere, che per Magaldi è esercitato – in modo occulto – dalle 36 superlogge sovranazionali che hanno in mano governi, finanza e geopolitica. Fanno parte di questa categoria i think-tanks come l’Aspen Institute, il Forum di Davos, il Club di Roma. Sono gli incubatori dell’attuale mondialismo, che le Ur-Lodges di segno neo-conservatore hanno sostanzialmente imposto al pianeta dopo il crollo dell’Urss, al termine di una lunga preparazione avviata nel 1971 con il Memorandum neoliberista di Lewis Powell (Wall Street) e completata nel 1975 con il manifesto “La crisi della democrazia”, saggio firmato da Samuel Huntington, Michel Crozier e Joji Watanuki su commissione della Trilaterale.Attraverso l’analisi della massoneria di potere, nel suo lavoro editoriale Magaldi sintetizza la traiettoria dell’Occidente nell’ultimo mezzo secolo: l’espansione del progressismo varato da Roosevelt in base alla dottrina economica di Keynes (benessere diffuso) proseguì fino alla presidenza di Lyndon Johnson, ma – dopo l’omicidio di Jfk – fu brutalmente fermata da altri due delitti politici, l’assassinio di Bob Kennedy e Martin Luther King. In Europa, l’Italia fu il campo di battaglia che vide opporsi le due anime della supermassoneria: un funzionario kennediano come Arthur Schlesinger jr. fu determinante nel neutralizzare i tre tentativi di golpe condotti nella pensiola. E al colpo di Stato dei colonnelli in Grecia, i progressisti risposero nel ‘74 con la Rivoluzione dei Garofani in Portogallo, fatta scattare non a caso il 25 aprile, per ricordare la liberazione antifascista dell’Italia. Quattro anni dopo fu rapito e ucciso Aldo Moro, politico che intendeva preservare la sovranità italiana di fronte al nuovo globalismo che stava già progettando l’Ue. Poco prima del sequestro, Moro fu minacciato e intimidito a Washington da Kissinger: fu lo stratega del golpe cileno ad “avvertire” il leader democristiano che avrebbe rischiato la vita, insistendo con l’alleanza con il Pci di Berlinguer.Nel suo libro, Magaldi rivela che Kissinger è stato l’eminenza grigia della “Three Eyes”, la superloggia che più di ogni altra, prima dell’11 Settembre, si è impegnata per fermare l’avanzata dei diritti sociali in Occidente. Sempre Magaldi sostiene che la P2 di Gelli non era che il braccio operativo italiano della “Three Eyes”. In un recente convegno a Milano, il Movimento Roosevelt – di cui Magaldi è presidente – ha ricordato le figure di Olof Palme e Thomas Sankara. Due massoni progressisti, assassinati nella seconda metà negli anni ‘80 alla vigilia dell’avvento della globalizzazione neoliberista del pianeta, che avrebbe incluso anche la Cina e che oggi colpisce duramente l’Africa: lo stesso Sankara, leader carismatico del Burkina Faso, si era opposto alla schiavitù finanziaria del debito. Palme, unico premier europeo ucciso mentre era in carica, fu freddato a Stoccolma nel 1986. Un uomo scomodo: fautore del miglior welfare europeo e dell’impegno diretto dello Stato nell’economia sociale, avrebbe ostacolato la nascita di questa Ue, di segno oligarchico. Un anno dopo l’omicidio Palme scomparve da Roma il professor Federico Caffè: era considerato il maggior economista keynesiano d’Europa, capace di fornire agli Stati gli strumenti per consentire ai governi di sostenere finanziariamente le economie, puntando al benessere dei cittadini.Il neoliberismo è oggi la nuova religione universale: ne fanno professione anche Lilli Gruber, Matteo Renzi e lo stesso Mattia Feltri, ospiti del Bilderberg. La teologia neoliberale prevede che siano gli attori finanziari a decidere le politiche degli Stati, a prescindere dalle elezioni: i governi sono ricattati dal debito statale, che si chiama ancora “pubblico” ma è stato privatizzato, essendo detenuto da fondi d’investimento privati. Di qui il dogma dello “Stato minimo”: obbligo di tagliare la spesa pubblica, fino a ridurre a zero il ruolo sociale dello Stato con il pareggio di bilancio. Una linea politica risultata disastrosamente evidente in Italia con l’avvento di Monti nel 2011, fedele esecutore dell’austerity imposta da Bruxelles. Nel frattempo, alla crisi sociale determinata dal rigore finanziario si è accompagnata l’esplosione del caos geopolico planetario, innescato dal crollo dell’Urss e deflagrato con l’attentato del 2001 alle Torri Gemelle, per arrivare fino al terrorismo targato Isis. Una dinamica infernale, che Magaldi riconduce alla Ur-Lodge “Hathor Pentalpha” creata dai Bush per esportare in tutto il mondo la strategia della tensione. Obiettivo: imporre a mano armata la globalizzazione neoliberista. Una narrazione, questa, da cui restano lontanissimi politici come Renzi e giornalisti come Mattia Feltri e Lilli Gruber, che non ha mai neppure citato il libro di Magaldi (ben noto invece ai signori del Bilderberg e a tutti i veri potenti di questi anni, da Napolitano a Draghi).La 67ma riunione del gruppo Bilderberg si terrà a Montreux, in Svizzera, dal 30 maggio al 2 giugno. Politica, economia, industria, finanza e media: tra i circa 130 partecipanti, nella “delegazione” italiana ci saranno Matteo Renzi, Stefano Feltri del “Fatto Quotidiano” e Lilli Gruber. Lo conferma, in una nota, l’“Huffington Post”. Saranno trattati 11 grandi temi globali in quattro giorni, tra questi anche ambiente e futuro: “Un ordine strategico stabile”, “Quale futuro per l’Europa?”, “Cambiamenti climatici e sostenibilità”. E poi “Cina”, “Russia”, “Il futuro del capitalismo”, “Brexit”. E ancora: “L’etica dell’intelligenza artificiale”, “I social media come arma”, “L’importanza dello spazio”, “Le minacce cyber”. «A iniziare le conferenze del gruppo – scrive l’“Huffington” – fu un’idea del magnate statunitense David Rockefeller. La prima riunione si tenne il 29 maggio del 1954 all’Hotel Bilderberg nei Paesi Bassi e il punto focale dell’incontro fu la crescita dell’antiamericanismo che si respirava in Europa occidentale». Lo stesso Bilderberg oggi spiega che a Montreux è invitato «un gruppo eterogeneo di leader politici ed esperti dell’industria, della finanza, del mondo accademico, del lavoro e dei media».
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Magaldi: politica tribale, a fari spenti nella notte dell’Europa
Dove saremmo, oggi, se Zingaretti avesse imparato la lezione de “La notte della sinistra”, il lucidissimo saggio di Federico Rampini che spiega come proprio il centrosinistra abbia tradito i più deboli? E dove sarebbe lo stesso Di Maio, se avesse varato un vero reddito di cittadinanza, anziché distribuire (a pochi) quella penosa “tessera annonaria della povertà”, che gli stessi beneficiari si vergognano a esibire? Quanto a Salvini: è sicuro di sapere che farsene, dello squillante successo appena ottenuto alle europee? «Il 34% è un gran risultato, ma Renzi superò addirittura il 40%. Poi sparì dalla scena, in un attimo. E oggi tutto si muove ancora più in fretta». Il problema? «La politica è in preda a scontri di tipo tribale, fondati solo sull’appartenenza al proprio clan». Così si viaggia a fari spenti, lacerati e divisi, in un’Europa ancor meno amica dell’Italia: Ppe e Pse dovranno ricorrere a formazioni ultra-euriste (i liberali dell’Alde o i Verdi, neoliberisti pure loro) per neutralizzare la crescita, comunque insufficiente, dei cosiddetti sovranisti. Secondo Gioele Magaldi ci rimetterà l’Italia, tutta intera, grazie a partiti finora capaci solo di scannarsi, insultarsi e demonizzarsi a vicenda. Terranno conto, dunque, del duro monito che viene dalle consultazioni europee del 26 maggio?Per il presidente del Movimento Roosevelt, in campagna elettorale le forze in campo hanno dato una pessima prova di sé: il Pd ha puntato tutto sulla grottesca criminalizzazione della Lega, nemmeno fosse una reincarnazione del fascismo mussoliniano. Salvini, dal canto suo – persa la partita con Bruxelles sul deficit – se l’è presa coi negozietti di cannabis terapeutica, schierandosi coi più retrivi tradizionalisti (contro le famiglie gay) e agitando rosari e crocefissi nei comizi. «Per non parlare di Di Maio, la cui inadeguatezza come leader si è dimostrata lampante», dice Magaldi, in video-chat su YouTube con Fabio Frabetti di “Border Nights”. Bel tomo, il portavoce dei grillini: prima flirta a Parigi coi Gilet Gialli irritando Macron, poi s’inchina alla Merkel (che proprio con Macron ha firmato il Trattato di Aquisgrana, celebrando lo strapotere nazionalistico dell’asse franco-tedesco, in barba allo spirito dell’Ue). Ma peggio: dall’alto dell’attuale 17% (un abisso: 6 milioni di voti persi per strada, in un anno), Di Maio «sarà contento dell’ipocrita crociata discriminatoria intrapresa contro i massoni», fingendo di non sapere che il governo gialloverde pullula di “grembiulini”. «E sarà contento di aver affossato Armando Siri, oggetto per ora di un semplice avviso di garanzia, facendo passare la Lega per una sorta di sentina del malaffare e agitando una pretesa moralità politica che, evidentemente, per i 5 Stelle viene prima della legge, della giustizia amministrata dallo Stato di diritto».Nella prima conferenza stampa post-elettorale, «irrisoria e propagandistica», Matteo Salvini ha fornito «un’irreale valutazione delle forze in campo in Europa». Poi in seconda battuta si è corretto, annunciando un impegno frontale sull’emergenza economica. Ma attenzione, avverte Magaldi: «Non è la prima volta che Salvini dice cose interessanti e poi, alla prova dei fatti, tutto si risolve in nulla». Il leader della Lega ha comunque annunciato di voler sfoderare in campo economico la stessa grinta finora esibita solo sul tema-immigrazione. Vuole dare un ruolo di rilievo a personaggi come Bagnai e Borghi, allo stesso Siri (Flat Tax) e ad Antonio Maria Rinaldi. La promessa: l’economia dev’essere al centro delle preoccupazioni della Lega nel governo italiano, guardando all’Europa. «Magari fosse così», commenta Magaldi. «Queste cose, comunque, le dovrebbero dire tutti, anche il Pd. Come sistema-paese, tutti dovrebbero essere più coesi nel rappresentare le esigenze del popolo italiano e del nostro territorio, che ha bisogno di ingenti investimenti per rilanciare l’occupazione. Tutto ciò accadrebbe, se davvero in Europa ci si preoccupasse della disoccupazione, del benessere dei popoli e della diminuzione delle disuguaglianze. Così non è stato, e così non è».Sulla carta, aggiunge Magaldi, le dichiarazioni di Salvini sono molto interessanti: «Sembra quasi che abbia ascoltato ciò che alla Lega andiamo dicendo da mesi, in pubblico e in privato. Cioè: a fare la differenza non sono gli atteggiamenti truci e smargiassi, ma l’impegno sui temi economici. E ripeto, vale anche per il Pd: non c’è speranza, per questo paese, senza un cambio di paradigma politico-economico». Se il neoliberismo resterà al potere – più tagli, più tasse – non cambierà proprio nulla, a Bruxelles. «Se però il Pse e lo stesso Pd ripartissero da Olof Palme, gigante della socialdemocrazia europea, rompendo con la “terza via” inaugurata dai vari Blair e Clinton, che ha prodotto solo rovine, allora persino il partito di Zingaretti avrebbe la chance di tornare a interpretare le esigenze di quel “popolo della sinistra” di cui parla benissimo il libro di Rampini, che racconta – senza sconti – quello che è stato il suicidio del centrosinistra mondiale, rispetto alla rappresentanza degli interessi degli ultimi. E’ ovvio che poi gli ultimi cerchino di essere rappresentati politicamente altrove, magari dai cosiddetti populisti». Ma il consenso non è per sempre, neppure in quel caso: lo racconta alla perfezione il crollo dei 5 Stelle, che in soli 12 mesi hanno dimezzato i loro voti. Motivo: «Il reddito di cittadinanza si è rivelato una presa in giro».Secondo Magaldi, un vero reddito universale – 500 euro a tutti, senza condizioni (con l’unico obbligo di spenderli, quei soldi) – sarebbe perfettamente sostenibile, perché farebbe volare i consumi, risollevando l’economia. I 5 Stelle pagano oggi in modo catastrofico la loro ambiguità, e sono anche riusciti a sabotare l’altro provvedimento anti-crisi – la Flat Tax – “gambizzando” il suo inventore, Armando Siri. Il Pd zingarettiano, dal canto suo, non ha ancora prounciato una sola parola di autocritica sull’infame tradimento della Seconda Repubblica, in cui il centosinistra – fino a Renzi e Gentiloni – ha svenduto i diritti sociali, dopo aver persino sostenuto il governo Monti e l’inserimento del pareggio di bilancio nella Costituzione. Comodo, oggi, lamentarsi del successo di Salvini. Il quale, peraltro, non è ancora andato oltre i proclami, in materia economica. Cambierà qualcosa, dopo l’inutile bagarre elettorale delle europee? Solo ad un patto, dice Magaldi: che cessi la guerra per bande, di stampo tribale, che oppone i diversi partiti con toni più calcistici che politici. Sono soltanto alibi, per evitare di affrontare il vero problema: se non trovano il coraggio di sfidare il falso dogma del rigore, ancora di casa a Bruxelles, questi partiti consegneranno il paese al declino, alla rassegnazione più desolata di fronte a una crisi che sembra eterna.Dove saremmo, oggi, se Zingaretti avesse imparato la lezione de “La notte della sinistra”, il lucidissimo saggio di Federico Rampini che spiega come proprio il centrosinistra abbia tradito i più deboli? E dove sarebbe lo stesso Di Maio, se avesse varato un vero reddito di cittadinanza, anziché distribuire (a pochi) quella penosa “tessera annonaria della povertà”, che gli stessi beneficiari si vergognano a esibire? Quanto a Salvini: è sicuro di sapere che farsene, dello squillante successo appena ottenuto alle europee? «Il 34% è un gran risultato, ma Renzi superò addirittura il 40%. Poi sparì dalla scena, in un attimo. E oggi tutto si muove ancora più in fretta». Il problema? «La politica è in preda a scontri di tipo tribale, fondati solo sull’appartenenza al proprio clan». Così si viaggia a fari spenti, lacerati e divisi, in un’Europa ancor meno amica dell’Italia: Ppe e Pse dovranno ricorrere a formazioni ultra-euriste (i liberali dell’Alde o i Verdi, neoliberisti pure loro) per neutralizzare la crescita, comunque insufficiente, dei cosiddetti sovranisti. Secondo Gioele Magaldi ci rimetterà l’Italia, tutta intera, grazie a partiti finora capaci solo di scannarsi, insultarsi e demonizzarsi a vicenda. Terranno conto, dunque, del duro monito che viene dalle consultazioni europee del 26 maggio?
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Ipazia, la filosofa martire a cui i cristiani cavarono gli occhi
Nella primavera di sedici secoli fa, ad Alessandria d’Egitto, una donna fu assassinata. Fu aggredita per strada, spogliata nuda e trascinata nella chiesa «che prendeva il nome dal cesare imperatore», il Cesareo, come riferisce una delle fonti contemporanee ai fatti, lo storico ecclesiastico costantinopolitano Socrate Scolastico. Qui fu dilaniata con cocci aguzzi. Mentre ancora respirava le furono cavati gli occhi. Poi i resti del suo corpo smembrato vennero dati alle fiamme. A massacrarla furono fanatici cristiani, i cosiddetti parabalani, monaci-barellieri venuti dal deserto di Nitria, di fatto miliziani al servizio di Cirillo, allora potente e bellicoso vescovo della megalopoli d’Egitto fertile di grano e di intelletti, di matematica e poesia, musica, gnosi e filosofia. Il nome di quella donna era Ipazia e quel nome in greco evocava un’idea di “eminenza”. Chi fosse nei lati più segreti della sua eminente personalità e cosa avesse fatto per attirare su di sé la sadica violenza collettiva maschile che la uccise, non lo sappiamo quasi più. Sappiamo meglio chi non era, e di cosa certamente era incolpevole. Conosciamo le maschere che la propaganda o la fantasia o semplicemente l’incoercibile tendenza umana alla manipolazione e alla bugia hanno sovrapposto alla sua pura sembianza di filosofa platonica.La storiografia l’ha strumentalizzata, la letteratura l’ha trasfigurata e tradita: scienziata punita per le sue scoperte, eroina protofemminista, martire della libertà di pensiero, illuminista e romantica, libera pensatrice e socialista, protestante, massone, agnostica, vestale neopagana e perfino santa cristiana. Ma Ipazia non era nulla di tutto questo. Nell’Alessandria del V secolo, Ipazia apparteneva all’aristocrazia intellettuale della scuola di Plotino e dalla tradizione familiare aveva ereditato la successione (diadoché) del suo insegnamento. Una cattedra pubblica, in cui insegnava «a chiunque volesse ascoltarla il pensiero di Platone e di Aristotele e di altri filosofi», come narrano le fonti antiche. In questo senso era anche una scienziata: la sapienza impartita nelle scuole platoniche includeva la scienza dei numeri e lo studio degli astri. Era dunque anche una matematica e un’astronoma, ma nel senso antico e prescientifico. Non fece alcuna scoperta, non anticipò nessuna rivoluzione copernicana, non fu un Galileo donna. Tutto quello che sappiamo è che costituì devotamente il testo critico del terzo libro dell’Almagesto di Tolomeo, perché suo padre Teone potesse svolgerne il commento, e compose di persona commentari didattici a quelli che erano i libri di testo dell’epoca: le Coniche di Apollonio di Perga e l’Algebra di Diofanto. Non certo per questo fu assassinata.Oltre che una filosofa platonica Ipazia era una carismatica. C’era, nelle accademie platoniche, un risvolto esoterico, che implicava la trasmissione di conoscenze “segrete” – nel senso di non accessibili ai principianti – che riguardavano il divino. Oltre all’insegnamento pubblico (demosia), che teneva presso il Museo o altrove nel centro della città, sappiamo di riunioni “private” (idia), che teneva nella sua dimora, in un quartiere residenziale fuori mano, verde di giardini. Fu nel tragitto in carrozza tra l’uno e l’altra che venne aggredita e uccisa. La furia di Cirillo, che secondo la testimonianza delle fonti coeve fu il mandante del suo assassinio, venne scatenata proprio dalla scoperta di queste riunioni. Perché queste riunioni portavano Ipazia al centro della vita non solo culturale ma anche politica di Alessandria. Perché stringevano in un sodalizio non solo intellettuale ma anche politico le élite pagane della città, convertite al cristianesimo per necessità, dopo che i decreti teodosiani lo avevano proclamato religione di Stato, ma unite dalla volontà di conservare le proprie tradizioni e convinzioni: quell’“educazione ellenica” che si chiamava ancora paideia, quel “modo di vita greco” che il discepolo prediletto di Ipazia, Sinesio, definiva «il metodo più fertile ed efficace per coltivare la mente».Alle riunioni di questa sorta di massoneria in cui la classe dirigente alessandrina, pagana, cristiana e forse anche ebraica, si stringeva per fare fronte al cambiamento e tutelare i propri interessi nel trapasso dall’una all’altra egemonia di culto e pensiero, partecipavano anche i membri della classe dirigente inviati dal governo centrale di Costantinopoli. «I capi politici venuti ad amministrare la polis erano i primi ad andare ad ascoltarla a casa sua. Perché, anche se il paganesimo era finito, il nome della filosofia sembrava ancora grande e venerabile a quanti avevano le massime cariche della città». Anche il prefetto augustale Oreste apparteneva a quella cerchia più riservata, se non segreta, in cui Ipazia prodigava insegnamenti che le valevano gli appellativi sacerdotali di “madre, sorella, maestra, patrona”, “supremo giudice”, “signora beata dall’anima divinissima” che leggiamo riferiti a lei nell’epistolario di Sinesio. A quella cerchia Ipazia impartiva, insieme agli altri tipici delle accademie platoniche, un insegnamento sommesso particolarmente utile in quei tempi di transizione. Non era necessario tradire la propria fede o buona fede per convertirsi. L’Uno di Plotino e il Dio dei cristiani potevano identificarsi. Le religioni non dovevano lottare tra loro perché non differivano l’una dall’altra se non in dettagli fiabeschi destinati ai più semplici.I miti degli dèi dell’olimpo pagano, i dogmata o credenze “vulgate” dell’insegnamento cristiano, tra cui quella sulla resurrezione della carne, erano destinati a chi non era “filosofo”. «Riguardo alla resurrezione di cui tanto si parla sono ben lontano dal conformarmi alle opinioni del volgo», scrive in una delle sue lettere Sinesio, allievo di Ipazia ma anche vescovo cristiano di Tolemaide. Ipazia non era solo maestra e direttrice di coscienza dei quadri politici. Era una politica lei stessa. Le fonti la descrivono «eloquente e persuasiva (dialektike) nel parlare, ponderata e politica (politike) nell’agire, così che tutta la città aveva per lei un’autentica venerazione e le rendeva omaggio». Lo stile dei suoi discorsi era così franco da essere secondo alcuni elegantemente insolente. Era spesso la sola donna in riunioni riservate agli uomini, ma la compagnia maschile non la metteva in imbarazzo né la rendeva meno impassibile e lucida nella sua dialettica. Ipazia interveniva in senso pacificatore negli affari della città e principalmente nelle lotte religiose che la insanguinavano. Difendeva, influenzando direttamente in questo il prefetto augustale Oreste, i diversi gruppi dai tentativi delle fasce fondamentaliste di ciascuno di sopraffare gli altri.In particolare, poco prima di venire assassinata, aveva difeso l’antica comunità ebraica di Alessandria dal devastante pogrom ordinato da Cirillo, la cui azione politica aveva due linee ben precise: la lotta economica contro gli ebrei, che dominavano il trasporto del grano da Alessandria a Costantinopoli, e la tendenza a «erodere e condizionare il potere dello Stato oltre ogni limite mai concesso alla sfera sacerdotale», come riportano le fonti. Solo questo la tolleranza filosofica di Ipazia non tollerava, e su questo l’Ipazia politica era inflessibile quanto era flessibile l’Ipazia filosofa: l’ingerenza di qualunque chiesa sul potere laico dello Stato. Bastò questo, con ogni probabilità, a motivare il suo assassinio, che fu a tutti gli effetti un assassinio politico. Nulla a che fare con la scienza o con il femminismo o con gli altri vari feticci in cui la storia del pensiero o della letteratura o della poesia, sempre guidata dal demone dell’attualizzazione e dal fantasma dell’ideologia, ha via via trasformato in sedici secoli il suo volto, irrigidendolo in tratti tanto schematici quanto lontani dalla verità, sovrapponendo un intrico di definizioni a quell’unica ancorché non universalmente accessibile parola che gli antichi riferivano a lei: filosofia.Il rogo di Ipazia è stato da alcuni considerato il primo esempio di caccia alle streghe dell’inquisizione cristiana. In effetti il proselitismo armato di Cirillo contraddiceva in pieno la pur astratta idea di tolleranza propugnata cento anni prima dall’editto di Costantino del 313, così come la tendenza conciliatoria del cristianesimo con il paganesimo d’élite che il primo imperatore cristiano aveva appoggiato politicamente e sancito giuridicamente. Cirillo, rivendicando l’accesso della chiesa alla conduzione della politica, aspirava a un vero e proprio potere temporale, più vicino al promiscuo modello del papato romano che alla rigorosa separazione dei poteri sancita dal cesaropapismo bizantino. Anche per questo, forse, la posizione ufficiale della chiesa di Roma, malgrado la gravità e la natura quasi terroristica dell’antico assassinio di Ipazia, non ha mai voluto mettere in discussione Cirillo, la sua santità, la sua probità. Ancora a fine Ottocento Leone XIII lo ha proclamato dottore della chiesa.Nella celebrazione che ne ha fatto nel 2007 Benedetto XVI ha elogiato «la grande energia» del suo governo ecclesiastico. Più recentemente, una chiesa di San Cirillo Alessandrino è stata edificata a Roma nel quartiere di Tor Sapienza. Oggi nelle vicinanze di quella chiesa si inaugura il giardino che l’Ufficio Toponomastico del Comune di Roma ha dedicato a Ipazia, accogliendo una petizione che non solo chiedeva di intitolarle uno spazio pubblico, ma di individuarlo proprio in quell’area. Perché la tolleranza laica non impedisce certo di continuare ad annoverare tra i santi del calendario un integralista condannato come assassino dal tribunale della storia. Ma i fedeli cristiani hanno il diritto di ricordare la sua antica vittima e la spirale di conseguenze dell’intolleranza religiosa.(Silvia Ronchey, profilo storico di Ipazia d’Alessandria pubblicato da “Repubblica” l’8 marzo 2017. Storica e filologa, come ricorda il “Post”, Silvia Ronchey è una delle massime studiose di Ipazia; alla filosofa-martire, massacrata dal fondamentalismo cristiano, ha dedicato, tra gli altri, il libro “Ipazia. La vera storia”, che uscì nel 2011 per Bur-Rizzoli e ottenne grande successo anche tra il pubblico non specializzato. Sempre a Ipazia è dedicato il recente volume “Ipazia di Alessandria e l’enigma di Santa Caterina”, di Nicola Bizzi, pubblicato nel 2018 da Aurora Boreale. Ancora: a Ipazia è dedicato il film “Agora” di Alejandro Amenábar, con Rachel Weisz, Max Minghella e Oscar Isaac. Girato in inglese, il film ha ottenuto un vasto consenso, aggiudicandosi 7 Premi Goya 2010 – sceneggiatura, fotografia, scenografia, costumi, trucco, produzione ed effetti speciali – nonché il Nastro d’Argento 2010 per i migliori costumi e il Premio Lumia per la migliore storia. Presentato al Festival di Cannes 2009 come film fuori concorso e al Festival internazionale del film di Toronto del 2009, era uscito il 9 ottobre 2009 in Spagna. Uscì però solo il 23 aprile 2010 in Italia, dove la distribuzione sarebbe stata ostacolata da ambienti vaticani. La Chiesa cattolica ha ancora «un rapporto ambiguo con Cirillo, vescovo di Alessandria che ordinò l’assassinio di Ipazia», rammenta il “Post”: «Cirillo è stato fatto santo ed è ancora celebrato della Chiesa: l’ultima volta è stato ricordato nel 2007 da Papa Benedetto XVI, mentre i suoi crimini sono in gran parte dimenticati»).Nella primavera di sedici secoli fa, ad Alessandria d’Egitto, una donna fu assassinata. Fu aggredita per strada, spogliata nuda e trascinata nella chiesa «che prendeva il nome dal cesare imperatore», il Cesareo, come riferisce una delle fonti contemporanee ai fatti, lo storico ecclesiastico costantinopolitano Socrate Scolastico. Qui fu dilaniata con cocci aguzzi. Mentre ancora respirava le furono cavati gli occhi. Poi i resti del suo corpo smembrato vennero dati alle fiamme. A massacrarla furono fanatici cristiani, i cosiddetti parabalani, monaci-barellieri venuti dal deserto di Nitria, di fatto miliziani al servizio di Cirillo, allora potente e bellicoso vescovo della megalopoli d’Egitto fertile di grano e di intelletti, di matematica e poesia, musica, gnosi e filosofia. Il nome di quella donna era Ipazia e quel nome in greco evocava un’idea di “eminenza”. Chi fosse nei lati più segreti della sua eminente personalità e cosa avesse fatto per attirare su di sé la sadica violenza collettiva maschile che la uccise, non lo sappiamo quasi più. Sappiamo meglio chi non era, e di cosa certamente era incolpevole. Conosciamo le maschere che la propaganda o la fantasia o semplicemente l’incoercibile tendenza umana alla manipolazione e alla bugia hanno sovrapposto alla sua pura sembianza di filosofa platonica.