Archivio del Tag ‘rivolta’
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Fame: la minaccia del grano su Cairo e Algeri
Al grido “Aish! Aish!” (pane), milioni di egiziani presero d’assedio i forni di tutto l’Egitto. Era il marzo del 2008. In 15 giorni, nelle interminabili file morirono quindici persone; schiacciate dalla folla, percosse dalla polizia, o nelle liti per strapparsi la pagnotta a prezzi sussidiati. Morti per accaparrarsi un alimento base che ironicamente, in arabo (Aish), significa anche vita. Come in questi giorni, la rabbia si riversò contro il presidente Hosni Mubarak. Reo, agli occhi di molti egiziani, di aver forgiato un sistema dove la corruzione detta le regole e permea ogni strato della società.
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Il mondo discute di Mubarak, noi invece della “nipote”
«Mentre tutto il mondo si preoccupa del dopo-Mubarak, noi ci dilaniamo sulla “nipote”». Lucio Caracciolo, direttore di “Limes”, non ha dubbi: in Egitto, l’Italia – cruciale frontiera mediterranea – sta perdendo un’occasione storica: ricucire lo strappo con il Nord Africa post-coloniale e frenare l’esodo della disperazione mettendo in campo una nuova alleanza politica ed economica. «L’occasione è storica: spezzare nel più strategico paese arabo il circolo vizioso di miseria, frustrazione, regimi di polizia e terrorismo – spesso alimentato dai regimi stessi per ottenere soldi e status dall’Occidente – che destabilizza Nordafrica e Vicino Oriente fino al Golfo e oltre».
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Israele vuol salvare Mubarak: appello a Usa ed Europa
Il presidente egiziano assediato dalla protesta, commissariato dai militari e scaricato dalla Casa Bianca scopre di avere un nuovo alleato: Israele. Il governo di Tel Aviv ha fatto pervenire un messaggio confidenziale agli Stati Uniti e ad alcuni paesi europei, chiedendo loro di sostenere Mubarak e il suo governo. Secondo il quotidiano israeliano “Haaretz”, il governo Netanyahu sottolinea che è «interesse dell’Occidente», e di tutto il Medio Oriente, «mantenere la stabilità del regime in Egitto». Secondo Israele, «occorre di conseguenza mettere un freno alle critiche pubbliche contro il presidente Hosni Mubarak», il cui autoritarismo è stato clamorosamente smascherato a furor di popolo.
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L’Egitto dopo Mubarak: la svolta nelle mani dell’esercito
Dopo 150 morti, una settimana di scontri e tre notti di manifestazioni in aperta violazione del coprifuoco, coi carri armati nelle strade, il presidente Hosni Mubarak è prossimo alla resa: secondo il “Sunday Times” gliel’avrebbero intimata direttamente i militari, dopo che i soldati – invitati in piazza a sostituirsi alla polizia, responsabile della sanguinosa repressione – hanno fraternizzato coi dimostranti, decisi a protestare a oltranza fino alla caduta del “faraone”. A trattare ormai direttamente con l’esercito, unico potere rimasto in piedi in Egitto, sono il leader dell’opposizione democratica Mohammed El Baradei e l’uomo forte del regime di Mubarak, il generale Omar Suleiman, nominato vicepresidente. La stessa Casa Bianca chiede una transizione rapida, “scaricando” di fatto l’anziano dittatore sostenuto per decenni.
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Obama, l’Egitto e la dura legge imposta da Israele
Hosni Mubarak è un signore di 82 anni. Le manifestazioni di questi giorni hanno dimostrato, poi, quanto il popolo egiziano lo ama. Facendo queste due semplici considerazioni, ieri sera il presidente degli Stati Uniti ha fatto un discorso in cui ingiunge, con fare piuttosto autoritario, a Hosni Mubarak a fare delle “riforme” e a “dialogare” con il popolo. Questo non vuol dire mandare via Hosni Mubarak dopo 30 anni di fedele servizio; ma è una bella bacchettata a un impiegato che non ha saputo fare il suo mestiere. Così, quando Hosni Mubarak se ne andrà, o in Arabia Saudita o direttamente in Paradiso, la colpa non sarà data agli Stati Uniti.
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Cairo: rivoluzione web, wiki-hacker contro la censura
E’ iniziato tutto con l’hashtag (vuol dire ‘cancelletto’ in inglese ed è il modo per fare ricerche su Twitter) #Jan25. È stata quella la parola d’ordine sotto la quale la rivolta dei giovani egiziani ha iniziato a ripercorrere le orme di quella dei cugini tunisini. #Jan25 stava per gennaio 25, giorno della prima manifestazione di piazza in Egitto, poi è arrivato #Jan28. Sotto quel segno la protesta si è diffusa e si sta ancora diffondendo fino ad incendiare le principali città del paese nordafricano. Twitt dopo twitt, messaggio dopo messaggio, l’aggiornamento delle proteste, dei morti per strada e dell’ingrossarsi dei cortei, sta assumendo le sembianze di un’onda crescente che punta a travolgere l’Egitto e forse non solo.
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Il Cigno Nero dell’Egitto, la rivolta che ha spiazzato tutti
Il Cigno nero che proprio in questi giorni a Davos è stato appassionatamente cercato dai cervelloni della economia mondiale, si è materializzato – a sorpresa com’è nella sua natura – ed ha allargato le sue ali sul Nilo. Il Cigno nero, nel linguaggio di Davos, è una figura simbolica statistica, «un evento ad alto impatto, bassa probabilità, bassissima prevedibilità». Esattamente quello che possiamo dire di quello che è successo ieri al Cairo. Il faraone Mubarak dopo trent’anni di immobilità ha imboccato in poche ore il viale del tramonto.
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El Baradei: Usa-Israele, nuova era per il Medio Oriente
«È ora che anche il mondo arabo entri nel XXI secolo e l’Occidente deve aiutarci a farlo. Non è possibile continuare a controllare la regione con la violenza, la negazione dei diritti e la fame». Così Mohammed El Baradei, l’ex direttore dell’Aiea, Premio Nobel per la Pace e candidato democratico alla guida del futuro dell’Egitto. La clamorosa rivolta di Tunisi contro Ben Alì e quella tuttora in corso al Cairo contro Mubarak sono l’inizio di una nuova era per il Medio Oriente. L’insurrezione popolare? «È un fenomeno straordinario e spontaneo, che rappresenta davvero tutta la società egiziana». Il fantasma del fondamentalismo islamico? Solo un alibi, per puntellare la repressione del regime. Che ora però ha i giorni contati, nonostante il cambio di governo imposto dal “raìs”.
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Pane e Internet, Davos: aspettiamoci altre 100 rivolte
Da dove ci piomberà addosso il prossimo cigno nero? No, questo “Black Swan” non è il thriller con Natalie Portman nella parte della ballerina, candidata all’Oscar. Il cigno nero è una metafora statistica entrata nel gergo della finanza, si definisce come “un evento ad alto impatto, bassa probabilità, bassissima prevedibilità”. Esempio classico: la crisi dei mutui subprime del 2007. L’interrogativo sui cigni neri appassiona davvero il World Economic Forum. Chi riuscisse a prevedere il prossimo choc planetario, che si tratti di un leader politico o di un grande capitalista, avrà un vantaggio su tutti. Potrà usarlo bene – predisporre antidoti, limitare i danni – o semplicemente arricchirsi speculando nella direzione giusta.
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Noi, la speranza dell’Egitto contro la violenza di Mubarak
Mi chiamo Rania Aala, ho trent’anni, e da quando sono nata ho sempre visto Mubarak al governo, sempre. E’ frustrante per la mia generazione. Il partito al governo, l’Npd, pensa che siccome ci sono quaranta milioni di poveri in questo Paese, allora siamo tutti ignoranti, politicamente incompetenti, senza leadership. Anche i capi della cosiddetta ‘opposizione’ si sono comportati come se noi non esistessimo. Ci hanno lasciato fuori dall’equazione e sono diventati tristi, ridicolmente oppressivi. Il picco della nostra frustrazione si è verificato in occasione di due fatti: le dichiarazioni di Gamal Mubarak, che vuol correre per la presidenza dopo il padre, uccidendo così tutte le nostre speranze
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Tunisia, Egitto e Libano: rivoluzione in Medio Oriente
Dopo la Tunisia, dove un mese di proteste e repressioni ha provocato la cacciata del presidente-ditattore Ben Alì, ora è la volta dell’Egitto: quattro morti, tra cui un poliziotto, sono il bilancio degli scontri divampati il 25 gennaio con l’invasione popolare delle piazze del Cairo e di Alessandria. Tutto questo, mentre in Libano crolla il governo Hariri e gli islamici di Hezbollah annunciano l’avvio di una transizione senza precedenti. Il Mediterraneo è diventato come l’Europa dell’Est del 1989? E’ presto per dirlo, scrive Pino Cabras su “Megachip”, anche se una novità è evidente: lo scossone geopolitico imposto da grandi masse, non più disposte a fermarsi davanti alle feroci repressioni dei dittatori a lungo puntellati dall’Occidente.
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Rivolta a Tirana: anche l’Albania sull’orlo della guerra civile
Dopo la Tunisia, ora è l’Albania a vacillare, sull’orlo della guerra civile: il bilancio degli scontri nelle piazze il 21 gennaio parla di tre morti e 55 feriti, tra cui 30 poliziotti e 25 civili. E’ il drammatico epilogo della crisi politica che divampa da un anno e mezzo: l’opposizione socialista accusa di corruzione il governo conservatore di Sali Berisha, sospettato anche di brogli elettorali. In allarme l’Unione Europea, che invita alla calma e ricorda a Tirana che i cittadini hanno il diritto democratico di protestare. A far precipitare la situazione, la polizia antisommossa spaventata dai 20.000 manifestanti raccoltisi davanti al palazzo governativo: dopo gli idranti, i lacrimogeni e le cariche con manganelli, sono stati esplosi colpi di pistola e tre persone sono rimaste a terra, giungendo senza vita all’ospedale.