Archivio del Tag ‘Muhammar Gheddafi’
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Sangue sulla protesta, la rivolta raggiunge l’Africa di Sankara
Il vento rivoluzionario del Nord Africa e del Medio Oriente ora spira anche sugli altipiani del continente nero, nel “paese dei puri” fondato dal presidente-martire Thomas Sankara, assassinato nella capitale Ouagadougu dopo aver sfidato lo strapotere neo-coloniale dell’Occidente: proprio il Burkina Faso ora è sull’orlo della rivolta, dopo che il regime filo-francese di Blaise Compaoré ha fatto reprimere nel sangue la protesta popolare scatenatasi per l’ennesimo crimine del governo, l’uccisione dello studente Justin Zongo, bastonato a morte dalla polizia. La situazione nel paese africano è ritenuta esplosiva, dopo la feroce ondata di repressione: 7 morti in appena tre giorni.
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Armi alla Libia: l’Italia è il primo fornitore europeo
Caccia, elicotteri, sistemi missilistici. E’ il made in Italy destinato al regime di Gheddafi: l’Italia non solo è uno dei principali partner commerciali della Libia, ma è il maggiore esportatore europeo di armamenti per il Colonnello. Secondo l’Unione Europea, nel biennio 2008-2009 l’Italia ha autorizzato le proprie aziende all’invio di armamenti alla Libia per oltre 205 milioni di euro, vale a dire più di un terzo di tutte le autorizzazioni rilasciate dall’Ue (quasi 600 milioni di euro). Dopo l’Italia, nella “classifica” degli esportatori di armi verso la Libia figurano la Francia (143 milioni di euro), la piccola Malta (quasi 80 milioni), la Germania (57), il Regno Unito (53) e il Portogallo (21). Anche questo – oltre al timore per i connazionali intrappolati dalla rivolta e per il futuro dei pozzi di petrolio – spiega la lunga prudenza delle diplomazie nella crisi libica.
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Libia, fermiamo il massacro: onore al coraggio di chi lotta
C’è una Italia che si riconosce nella lezione di coraggio e dignità che arriva dal mondo arabo. Il profumo dei gelsomini arriva anche nel nostro paese, anche nelle barche piene di giovani con la loro domanda di futuro. Il messaggio che porta con sé ci dice che non è obbligatorio subire il furto di futuro, il sequestro della democrazia, né la fame di pane, lavoro e libertà. Ci conferma che è possibile riprendere in mano il proprio destino, e scrivere insieme una nuova storia per il proprio paese e per il mondo intero. Dimostra che il vento del cambiamento si può alzare anche dove sembra più difficile.
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Gheddafi è spacciato: ora le sue tribù gli muovono guerra
Gheddafi non ha scampo: potrà solo prolungare l’agonia e far dilagare la strage fino al genocidio, ma la sua sorte è segnata. Lo hanno decretato gli anziani delle “tribù della montagna”, i cui giovani miliziani stanno ora cingendo d’assedio il dittatore furente. Lo afferma lo storico Angelo Del Boca, grande studioso del colonialismo italiano. Facendo sparare sulla folla, Gheddafi ha commesso l’ultimo errore fatale, spingendo anche i veterani del regime ad abbandonarlo, come dimostrano le defezioni a valanga, a tutti i livelli: politici, militari e diplomatici. E’ questione di ore o di giorni, ma il Colonnello è finito: tutti i maggiori clan libici si stanno armando per l’assalto finale al bunker di Tripoli.
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Martirio Libia, esercito diviso dal genocidio: è guerra civile
Mille morti nelle strade, migliaia di feriti, sangue e terrore: gli ultimi giorni di Muhammar Gheddafi assediato nel bunker di Tripoli e protetto da miliziani e mercenari si trasformano in un incubo, con almeno 200.000 profughi che cercano scampo via mare. Mentre l’Onu condanna la spaventosa brutalità della repressione – raid aerei con bombe sulla folla – il Colonnello lancia l’estremo, terribile avvertimento: lotterà fino alla morte, seminando strage. Si profila una guerra civile, tra diversi reparti dell’esercito, nel caos più assoluto. E’ il quadro che tutti gli analisti prefigurano: frammentate e divise, senza un riferimento politico dopo 40 anni di black out, le forze armate libiche non sono in grado di risolvere rapidamente la situazione. Si annuncia una vera e propria catastrofe umanitaria.
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Rivolta, il riscatto degli ex schiavi: la profezia di Sankara
Tra i preziosi servigi che nel corso della sua lunghissima e controversa carriera Muhammar Gheddafi avrebbe reso all’Occidente, c’è chi aggiunge un omicidio particolarmente eccellente: quello del capitano Thomas Sankara, presidente rivoluzionario del Burkina Faso, assassinato a freddo il 15 ottobre 1987 nel suo ufficio nella capitale Ouagadougu dopo che tre mesi prima aveva coraggiosamente ribadito, alla Conferenza panafricana di Addis Abeba, la volontà di guidare la lotta nonviolenta dell’Africa per la cancellazione del debito. «Non dobbiamo restituire proprio niente», disse Sankara: «Abbiamo già dato tutto, anche il sangue». Mancava, appunto, il suo. «Se resterò solo in questa richiesta – aggiunse, con una battuta tragicamente profetica – l’anno prossimo non sarò più qui a questa conferenza».
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Perché l’Occidente non ferma il Macellaio di Tripoli
Quando il Colonnello era il «cane rabbioso del Medio Oriente» (Ronald Reagan, aprile 1986), in molti sognavano un regime change a Tripoli. La Libia era uno stato canaglia ante litteram. Americani e britannici ci hanno anche provato. Ma adesso che Gheddafi ha (quasi) compiuto il percorso di riabilitazione, l’occidente assiste a malincuore alla sua caduta. E la richiesta della delegazione libica all’Onu di «intervenire per fermare il genocidio» per ora cade nel vuoto. L’Italia è un caso limite. Solo Silvio Berlusconi in questi giorni ha avuto la delicatezza di non «disturbare» il Colonnello.
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Gheddafi e l’ipocrisia italiana, sinistra compresa
Lascia un po’ sgomenti lo sconcerto del Pd davanti al silenzio («preoccupato») del premier Berlusconi sulla crisi libica. Sabato scorso, il Cavaliere ha sterilizzato la rivolta di Bengasi con un laconico «non voglio disturbare» e Veltroni e Fassino hanno subito reagito stigmatizzando il rapporto speciale fra il Cavaliere e il Colonnello. Ma il trattato di amicizia fra Italia e Libia non è un’invenzione del centrodestra e la politica estera dell’Italia verso i paesi del Nordafrica è stata tradizionalmente orientata verso una piena legittimazione dei regimi illiberali che garantivano l’ordine in Egitto e Tunisia.
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Sanguinosa battaglia in Libia per rovesciare Gheddafi
Terrore in Libia: almeno 80 morti in poche ore, un bagno di sangue. Ma la violentissima repressione della rivolta non sarebbe riuscita a piegare la Cirenaica, la regione di Bengasi, dove da giorni migliaia di manifestanti – sull’onda delle rivolte di Tunisi e del Cairo – sono in piazza per chiedere la testa di Muhammar Gheddafi. Il regime ha impiegato anche mercenari per stroncare i ribelli, ma la Libia – dove Internet è oscurato e solo poche notizie riescono ad aggirare la censura – sembra essere sull’orlo di una guerra civile. Obiettivo, la destituzione di Gheddafi dopo 42 anni di dittatura. «Assordante il silenzio del governo italiano», accusa Walter Veltroni: Roma non ha ancora preso posizione.
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Massacro in Libia, Gheddafi fa sparare sulla protesta
Cresce di ora in ora la tensione in Libia: almeno quattro persone sono rimaste uccise negli scontri scoppiati tra forze dell’ordine e manifestanti nella città orientale di Al-Bayda, nelle prime ore della cruciale “giornata della collera” proclamata dalle opposizioni il 17 febbraio per contrastare il regime di Gheddafi. Le notizie fluiscono frammentarie, attraverso siti di opposizione e Ong libiche. Gli scontri di Al-Bayda fanno seguito alla protesta di Bengasi, ferocemente repressa nella notte tra il 15 e il 16 febbraio. Il Colonnello teme che anche la Libia possa sollevarsi contro il regime: per questo, secondo i servizi segreti italiani, ha agevolato l’esodo verso Lampedusa attraverso la Tunisia facilitando l’espatrio di oppositori.
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Gheddafi trema: scontri a Bengasi, s’incendia anche la Libia
Il contagio della rivolta nel mondo arabo e islamico è arrivato anche in Libia, paese che confina con sia con Egitto che con la Tunisia. È di almeno 38 feriti il bilancio degli scontri fra manifestanti e polizia appoggiata dai sostenitori del leader libico Muhammar Gheddafi, scoppiati a Bengasi nella notte fra il 15 e il 16 febbraio. Mentre a Lampedusa – dove è stato dichiarato lo stato d’emergenza – si ammassano migliaia di profughi tunisini, a tremare è ora il regime di Tripoli, al quale il governo Berlusconi ha affidato il controllo della frontiera mediterranea. Dopo aver fatto il tifo per Ben Alì e Mubarak – i presidenti-dittatori rovesciati dalla furia popolare tunisina ed egiziana – ora Gheddafi deve fare i conti con il popolo libico galvanizzato dall’ondata democratica maghrebina.
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Israele vuol salvare Mubarak: appello a Usa ed Europa
Il presidente egiziano assediato dalla protesta, commissariato dai militari e scaricato dalla Casa Bianca scopre di avere un nuovo alleato: Israele. Il governo di Tel Aviv ha fatto pervenire un messaggio confidenziale agli Stati Uniti e ad alcuni paesi europei, chiedendo loro di sostenere Mubarak e il suo governo. Secondo il quotidiano israeliano “Haaretz”, il governo Netanyahu sottolinea che è «interesse dell’Occidente», e di tutto il Medio Oriente, «mantenere la stabilità del regime in Egitto». Secondo Israele, «occorre di conseguenza mettere un freno alle critiche pubbliche contro il presidente Hosni Mubarak», il cui autoritarismo è stato clamorosamente smascherato a furor di popolo.