Archivio del Tag ‘comunisti’
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Die Zeit: Obama non ci conviene, molto meglio la Russia
Non ci conviene seguire Obama nella sua sfida a Putin, molto meglio – per noi europei – cercare una partnership stabile con la Russia. Lo afferma, clamorosamente, il settimanale tedesco “Die Zeit”, di orientamento liberale. Il più autorevole giornale tedesco fa parlare Chris Luenen, direttore del programma geopolitico del “Global Policy Institute” di Londra, che propone all’Ue di smetterla di sottomettersi alla strategia Usa e imparare piuttosto a difendere i propri interessi, specialità nella quale «l’Europa è stata debole da sempre». Luenen constata che l’Unione Europea segue la strategia unilaterale di Washington, trascurando i propri bisogni, che raccomanderebbero a Bruxelles di allearsi più strettamente con la Russia. Il giornale cita la dottrina dell’ex consigliere per la sicurezza nazionale Zbigniew Brzezinski, che già nel ‘97 definiva l’Europa «irrinunicabile testa di ponte geopolitica» degli Usa, spiegando: con il controllo sull’Ucraina – i suoi 52 millioni di abitanti, importanti risorse naturali e l’accesso al Mar Nero – la Russia «otterrebbe automaticamente i mezzi per diventare un impero potente di estensione euro-asiatica».Per Chris Luenen, «sarebbe abbastanza facile assicurare gli interessi occidentali in fatto di energia e sicurezza tramite la costruzione di un partenariato con la Russia (e con l’Iran), pittosto che che continuare a mirare a sottomettere la Russia agli interessi e alle strutture occidentali». Come riferisce il newmagazine “Sinistra.Ch”, espressione della sinistra svizzera ticinese, sullo “Zeit” l’editorialista sostiene che «la decisione di allargare la zona di influsso occidentale verso Est, tramite una progressiva espansione dell’Ue e della Nato» è praticamente «il più grave errore strategico dell’Occidente sin dalla fine della guerra fredda». Solitamente, aggiunge la rivista elvetica, “Die Zeit” «difende concetti e posizioni che sono rappresentati anche nell’establishment della politica tedesca». Finora, nel conflitto dell’Ucrania, il settimane si era allineato nel giustificare «il regime golpista di Kiev», attaccando la Russia di Putin e i russi d’Ucraina, definiti “separatisti”. Se oggi invece quel giornale ribalta la sua posizione, significa che «siamo di fronte senza dubbio a qualcosa di sensazionale».Niente però di così inatteso, in fondo, secondo “Sinistra.Ch”: «Importanti settori dell’industria tedesca, infatti, si sono nettamente opposti alla tendenza di seguire ciecamente il diktat di Obama, relativo alle sanzioni economiche contro la Russia». E il recente affare di spionaggio da parte della Nsa «si rivolge non a caso in prima linea contro la Germania», colpendo anche la sfera privata della cancelliera Merkel. Inoltre, in Germania, «la tendenza fortemente anti-russa dei media tedeschi viene fortemente contestata dai lettori: da mesi, i blogger si rivoltano in massa contro le direttive informative delle maggiori redazioni». La maggior parte dei commenti dei lettori contestano la politica occidentale. Per moltissimi di loro, quindi, l’apertura dello “Zeit” è «un vero raggio di luce nell’oscurità». Per Massimiliano Ay, segretario del partito comunista della Svizzera italiana, la crisi ucraina «si è scatenata per la esplicita volontà degli Usa di bloccare il rifornimento energetico russo all’Europa, inchiodando così in modo ancora più vincolante il vecchio continente al petrolio e al gas nordamericano: un passo necessario per evitare lo sviluppo dell’asse Berlino-Mosca-Pechino che potrebbe accerchiare Washington». Che ora lo sostenga anche “Die Zeit”, lascia sperare che Berlino potrebbe tentare di frenare la pericolosa guerra fredda di Obama.Non ci conviene seguire Obama nella sua sfida a Putin, molto meglio – per noi europei – cercare una partnership stabile con la Russia. Lo afferma, clamorosamente, il settimanale tedesco “Die Zeit”, di orientamento liberale. Il più autorevole giornale tedesco fa parlare Chris Luenen, direttore del programma geopolitico del “Global Policy Institute” di Londra, che propone all’Ue di smetterla di sottomettersi alla strategia Usa e imparare piuttosto a difendere i propri interessi, specialità nella quale «l’Europa è stata debole da sempre». Luenen constata che l’Unione Europea segue la strategia unilaterale di Washington, trascurando i propri bisogni, che raccomanderebbero a Bruxelles di allearsi più strettamente con la Russia. Il giornale cita la dottrina dell’ex consigliere per la sicurezza nazionale Zbigniew Brzezinski, che già nel ‘97 definiva l’Europa «irrinunicabile testa di ponte geopolitica» degli Usa, spiegando: con il controllo sull’Ucraina – i suoi 52 millioni di abitanti, importanti risorse naturali e l’accesso al Mar Nero – la Russia «otterrebbe automaticamente i mezzi per diventare un impero potente di estensione euro-asiatica».
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Disastro Tsipras, una sinistra senza idee contro la crisi
«Compagni della base di Sel e di Rifondazione, ma che aspettate a darvi una mossa e ruzzolare dalle scale tutti i vostri dirigenti?». Per Aldo Giannuli, l’ennesima rovinosa sconfitta elettorale della cosiddetta sinistra radicale è una condanna senza appello: una sinistra senza idee e senza proposte. Per un motivo semplicissimo: non ha capito la crisi, non “vede” quello che sta succedendo, non sa articolare un’analisi. Ovvio, quindi, che non proponga rimedi credibili. Numeri impietosi: con la sola eccezione di Grecia e Portogallo, la sinistra radicale europea è ormai solo un voto di testimonianza. E tocca il fondo in Italia con la Lista Tsipras al 4%. «Il dato evidente e schiacciante è che la sinistra radicale non ha intercettato niente della protesta che monta». Le europee sono state un referendum sull’euro, e infatti «la protesta ha premiato i partiti che si sono dichiarati apertamente contro l’euro e la Ue». La sinistra? Non pervenuta: non ha nemmeno sfiorato il tema cruciale dell’insostenibilità della moneta unica “privatizzata” dalla Bce.Per Giannuli, quello della sinsitra radicale è un profilo «a dir poco ambiguo e sfumato», dal momento che «non ha avuto il coraggio di schierarsi contro l’euro, limitandosi a un generico appello alla fine dell’austerità». In sostanza, tutta la compagnia – Linke, comunisti francesi, Tsipras – ha «accettato il dogma europeista che identifica senza residuo l’unità europea con la Ue, salvo lanciare un fumosissimo slogan dell’“Altra Europa” che non si capisce in cosa si traduca sul piano politico». E anche volendo concedere che non siano l’euro e l’Unione Europea il nemico contro cui schierarsi, «la sinistra “radicale” non è riuscita a indicare nessun altro nemico, salvo le solite genericissime geremiadi contro la speculazione finanziaria, cui non ha fatto seguito alcuna proposta di lotta». La sinistra “radicale” è mancata completamente al suo ruolo nella crisi: «Non poteva avere nessuna proposta, perché non aveva alcuna analisi della crisi. Semplicemente non ha capito nulla di quello che stava e sta succedendo».Il punto è che da almeno un quarto di secolo questa sinistra “radicale” «non produce un grammo di cultura politica», aggiunge Giannuli: «In tutta Europa, non conosco una sola rivista di qualche spessore teorico prodotta da quest’area, né ricordo un convegno che abbia lasciato tracce durevoli». Quello che ancora viene etichettato come “radicale” è «un aggregato di organizzazioni residuali che hanno fuso rimasugli di partiti comunisti con pezzi di sinistra socialdemocratica e che ha cercato di sopperire alla débacle ideologica della socialdemocrazia: una sorta di “socialdemocrazia vicaria” che ha condotto solo battaglie difensive e spesso di retroguardia». E’ un ceto politico residuale, fatto di dirigenti «sempre più scadenti e opportunisti, spesso cooptati», che si è semplicemente adattato all’ondata neoliberista, limitandosi a una “resistenza passiva”. «E quando la crisi è arrivata a scuotere il sistema liberista, in cui si era scavata una confortevole nicchia, la sinistra “radicale” non ha avuto nulla da dire».La Lista Tsipras? Un progetto senza futuro. «Se raggiungeranno il quorum – profetizzava Giannuli alla vigilia – cominceranno a litigare tra loro già l’indomani». Detto fatto. «Non mi facevo illusioni – dice oggi Giannuli – ma sono riusciti ad andare al di là delle mie più pessimistiche previsioni», con la Spinelli che non mantiere la parola data (riunciare al seggio) e la rottura inevitabile con Sel. In pole position i “garanti”, che dovevano tutelare gli equilibri e armonizzate le varie anime: «Ovadia si è dimesso, ma solo per fare posto a Curzio Maltese (altro membro dell’area dei garanti), Rea si è dimesso a favore di Spinelli che, per parte sua, non si dimette affatto. Morale: i 2/3 degli eletti sono della redazione di “Repubblica”». La Spinelli inoltre è stata la compagna di Tommaso Padoa Schioppa, con il quale si è spesso accompagnata alle riunioni del Bilderberg. «Mi sapete dire che diavolo c’entra un frequentatore del Bilderberg con la sinistra radicale? Allo stesso modo, mi sapete dire che c’entra “Repubblica” con la sinistra radicale?».Se lo scopo era attrarre voti diversi e trasversali, quelli della società civile, il risultato è stato un disastro: un anno fa, Sel e Rivoluzione Civile ottennero quasi 2 milioni di voti, la Lista Tsipras appena 1 milione. Inoltre, «tutti hanno fatto quello che potevano per fare disastri: Sel ha mostrato di crederci molto poco (a proposito: non è che mi fossi inventato io la notizia della pronta confluenza di Migliore e dei suoi nel Pd: era nell’aria come le notizie più recenti confermano) e infatti Vendola ci ha messo il carico da undici, un minuto dopo i risultati, per dire che era una “lista di scopo” e che non se ne parla di Syriza italiana». Il che significa che la prospettiva è quella di entrare nel Pd, «sempre che Renzi ce li voglia». Quanto a Rifondazione, «si accontenta del seggio che è riuscita a portare a casa e non esiste politicamente». Giannuli non ha dubbi: «Il disegno complessivo è a pezzi: la decisione della Spinelli manda a pezzi tutto, perché induce Sel (tutta Sel, compreso Fratoianni, temo) a prendere il largo. E, senza Sel, questa lista è solo il residuo di Rifondazione + “Repubblica”, con “Repubblica” in posizione dominante». E non è tutto, infierisce Giannuli: «Ora vedrete le liti per la divisione dei rimborsi, dei funzionari, poi verranno quelle per l’attribuzione dei dossier». In altre parole: la sinistra radicale è tecnicamente finita.«Compagni della base di Sel e di Rifondazione, ma che aspettate a darvi una mossa e ruzzolare dalle scale tutti i vostri dirigenti?». Per Aldo Giannuli, l’ennesima rovinosa sconfitta elettorale della cosiddetta sinistra radicale è una condanna senza appello: una sinistra senza idee e senza proposte. Per un motivo semplicissimo: non ha capito la crisi, non “vede” quello che sta succedendo, non sa articolare un’analisi. Ovvio, quindi, che non proponga rimedi credibili. Numeri impietosi: con la sola eccezione di Grecia e Portogallo, la sinistra radicale europea è ormai solo un voto di testimonianza. E tocca il fondo in Italia con la Lista Tsipras al 4%. «Il dato evidente e schiacciante è che la sinistra radicale non ha intercettato niente della protesta che monta». Le europee sono state un referendum sull’euro, e infatti «la protesta ha premiato i partiti che si sono dichiarati apertamente contro l’euro e la Ue». La sinistra? Non pervenuta: non ha nemmeno sfiorato il tema cruciale dell’insostenibilità della moneta unica “privatizzata” dalla Bce.
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Io borghese di merda e tutti noi scarafaggi da schiacciare
«Ma tu non eri di sinistra?», mi chiedeva con preoccupazione un mio follower twittarolo stamattina. Il fatto è, caro, che prima di tutto io sono una borghese di merda, e proprio per questo a vent’anni ero comunista. Non c’è da stupirsene perché sono i borghesi che scelgono la bandiera rossa senza averne la necessità. Marx, Lenin, Trockij, Che Guevara, Fidel Castro, erano tutti borghesi, perché è la borghesia che, quando l’élite esagera, che si tratti di incipriati aristocratici e pretacci o di latifondisti, capitalisti e padroni delle ferriere, fa le rivoluzioni. Sono stata di sinistra per un lungo tempo, prima che saltassero tutte le regole su chi dovesse stare dalla parte del popolo e chi invece doveva vendersi al Capitale. Perché qualcosa è successo, darling. Più o meno attorno al Sessantotto. E’ stato un processo lungo e difficile da allora, ma sta giungendo a compimento. La più grande operazione di pulizia sociale della storia. La fine della lotta di classe con la proclamazione del Capitale come vincitore. With a little help from his friends.Ti spiego il mio percorso. Sono una borghese, dicevo, e la mia è la classe media che, ad un certo punto, nel secolo scorso, è riuscita storicamente ad inglobare emancipandola anche tanta parte della classe operaia. Merito delle lotte dei borghesi dalla coscienza infelice di cui sopra, condotte assieme agli operai, certo, ma anche di un capitalismo che pensava che estendere la ricchezza a fasce più ampie della popolazione, facendo diventare i proletari classe media, significava più merci vendute, più profitti e più benessere per tutti. Il famigerato moltiplicatore. Ma già, Henry Ford era un nazifascista anche se pensava che aumentando il salario ai suoi operai questi avrebbero potuto comperare il modello T che fabbricavano. Quello della mia gioventù sembra un mondo perduto ed estinto; una meraviglia, sai, in confronto a quello di oggi. E sono sicura che te ne ricordi, perché non sei di primo pelo neppure tu.Uno stipendio in famiglia bastava a condurre una vita più che dignitosa dove non ti mancava nulla di veramente necessario. Esisteva ancora il concetto di superfluo e per quello c’era il «no, non ce lo possiamo permettere». Quel no ti aiutava a crescere e a capire che, una volta grande, te lo saresti guadagnato con il tuo lavoro, perché il lavoro ci sarebbe stato, secondo quello che avevi studiato e imparato a fare. Perfino con uno stipendio solo, con i risparmi (allora si riusciva a mettere da parte qualcosa ogni mese), la famiglia riusciva a comperarsi la casa dove viveva e, se lavoravano tutti e due i genitori, ci si comperava magari un’altra casa, al mare o in campagna o in montagna. Perché allora esistevano ancora le ferie e le vacanze non duravano meno di venti giorni. Per le malattie c’era il welfare, ad una certa età arrivavano la pensione e la liquidazione con la quale ti potevi togliere qualche sfizio in più o farti la casetta di cui sopra, perché i nonni non erano costretti a mantenere nipoti disoccupati.Erano i tempi in cui l’Italia stava diventando, pur tra corruzione, mafia e caste, e sottoposta a sovranità limitata come paese sconfitto, la quinta potenza industriale del mondo. Non erano tutte rose e fiori? Certo, c’erano come sempre i poveri e lo sfruttamento, il mondo era diviso in classi. C’erano la crisi petrolifera, il terrorismo di Stato, le bombe, le guerre imperialiste. Poi arrivò la shock economy, prima dal Sudamerica (però così lontano da noi) e poi nel mondo anglosassone, con i primi vagiti del dominio finanziario sulle nostre vite; ma la speranza di un futuro migliore non mancava, nessuno pensava che, pur lavorando da rompersi la schiena, da vecchio sarebbe stato povero e abbandonato perché gli avrebbero portato via tutto. Non avevamo nulla da perdere, casomai ci sarebbe stato ancora qualcosa da ottenere. Il muro nero della depressione, dell’assenza di un futuro o dell’angoscia data dal pensiero di che cosa sarà il nostro futuro in balia della povertà non esisteva e nessuno sarebbe stato in grado di immaginarlo, a meno che non fosse vissuto al di là di qualche Cortina di Ferro.Soprattutto, nessuno si sarebbe mai immaginato che il benessere ottenuto in base alle lotte sindacali, nato dal sangue degli operai e di quei borghesi empatici e simboleggiato in maniera sacra dalla democrazia, dato ormai per acquisito perché certificato nella Costituzione, sarebbe stato possibile toglierlo al popolo per consegnarlo ad un’élite intenzionata a redistribuire la ricchezza esistente verso l’alto, accaparrandosela tutta e creando un mondo dove l’1% ha tutto e il 99% quasi nulla, senza più democrazia. Un mondo nuovo ma tremendamente simile al Medioevo che, per essere realizzato, ormai lo sappiamo, nei trent’anni previsti per il suo compimento non potrà che finire con l’eliminazione fisica della classe media, magari sostituita da carne da macello proveniente dal terzo mondo, da impiegare per la pulitura dei cessi dove andranno a sedersi i culi imperiali.Credo che, se qualcuno allora, negli anni sessanta-settanta, avesse visto un’anteprima del futuro, ovvero dei giorni nostri, lo avrebbe considerato il peggiore incubo mai vissuto e nessuno avrebbe potuto immaginare che coloro che si sarebbero offerti spontaneamente per farlo avverare sarebbero stati i partiti di sinistra, quelli più tradizionalmente (allora) vicini al popolo. Eccoci, caro, al perché io non sono più comunista, non sono più di sinistra, anzi non sono niente, sono solo una borghese di merda ma molto, molto incazzata. Sono incazzata e mi difenderò fino all’ultimo perché vogliono farmi fuori. Vogliono portarmi via ciò che la mia famiglia mi ha lasciato, affinché, assieme a ciò che mi guadagno con il mio lavoro, potessi avere una vecchiaia serena senza dover dipendere da nessuno. Penso a me stessa, certo. Gli altri hanno smesso di pensare a me.Ti pare impossibile che l’orrendo scenario che ti ho descritto possa realizzarsi? Cosa ti stanno ripetendo giorno e notte, tutti i giorni e a tutte le ore, caro amico? Che quel mondo che ti ho descritto e che abbiamo vissuto, che ci ha permesso di crescere ed arrivare fin qui dobbiamo scordarcelo perché NON POSSIAMO PIU’ PERMETTERCELO. E, di grazia, ti stai chiedendo il PERCHE’? Perché le risorse mondiali sono limitate? Per quello basterebbe uno sviluppo più responsabile. Basterebbe quella cosa che si chiama progresso e che nasce dall’ingegno di persone molto creative in ogni epoca e che in poco più di cento anni ci hanno dato l’elettricità, la mobilità di persone e merci e la comunicazione. Progresso che serve da sempre a migliorare la vita delle persone e a renderla più facile. Basterebbe tendere a realizzare uno di quei mondi futuribili ideali che nessun romanzo di fantascienza ha più il coraggio di immaginare.Il nostro benessere non possiamo più permettercelo perché ciò che abbiamo lo vuole qualcun altro, e non sono certo coloro che non hanno nulla ma quelli che hanno già tutto. Vedi, in fondo, da borghese di merda, con queste parole sto pensando anche a te, sto cercando di avvertirti del pericolo, anche se non meriteresti affatto di essere salvato. Non sono direttamente le élite che ti annunciano la fine del tuo diritto al benessere perché un domani conterà solo il loro, perché la scusa delle risorse limitate è un’occasione ghiotta per fare un po’ di pulizia sociale e vincere la Lotta di Classe. Te lo fanno dire dai loro servi. Quelli che si sentono superiori perché non sono razzisti ma democratici, a favore delle minoranze, antifascisti, ammiratori dell’Europa e della serietà teutonica, progressisti, internazionalisti, contro tutte le diversità perché devoti all’OMOLOGAZIONE. Che si sentono importanti perché con il 99% possono masturbarsi sulle grandi cifre e non si accorgono che la loro maggioranza è destinata a diventare il Soylent Green. Sono quelli che ogni mattina ringraziano non si sa chi per non essersi svegliati trasformati in scarafaggi piccoloborghesi.Quando tutto iniziò, con i primi attacchi ai diritti sociali acquisiti e l’avvento della dittatura del mercato, avrebbero dovuto riconoscere subito il progetto reazionario e revanchista dell’élite. Certo avrebbero dovuto difendere il benessere generale, le conquiste ottenute fino a quel momento e la democrazia, distinguendo tra capitalismo accettabile e capitalismo disumano, alleandosi con quella borghesia di merda che però sa fare le rivoluzioni e che un minimo di riconoscenza se la meriterebbe. Invece, pur di non rinnegare la lotta antiborghese di principio, hanno ascoltato le sirene della globalizzazione travestita da internazionalismo ed hanno scelto l’omologazione nel concime, il “semo tutti uguali” come materia organica anfibia, per potere essere ancora più merda della borghesia e in fondo distinguersi. Perché in fondo sono dei neoaristocratici pure loro. Si sono alleati con il Capitale contro il resto del mondo e di fatto contro loro stessi. Perché credono di appartenere ad un corpo speciale e privilegiato per essersi guadagnati con il tradimento l’onore di poter dare il colpo di grazia all’odiata borghesia (rinnegando Marx, Lenin e gli altri che ho nominato) ma sono anche loro feccia destinata a soccombere. Li tengono per ultimi per compostarli meglio. Concimeranno con onore i giardini degli ingiusti di Elysium.(Barbara Tampieri, “Io sono una borghese di merda”, da “Il blog di Lameduck” del 29 maggio 2014, ripreso da “Come Don Chisciotte).«Ma tu non eri di sinistra?», mi chiedeva con preoccupazione un mio follower twittarolo stamattina. Il fatto è, caro, che prima di tutto io sono una borghese di merda, e proprio per questo a vent’anni ero comunista. Non c’è da stupirsene perché sono i borghesi che scelgono la bandiera rossa senza averne la necessità. Marx, Lenin, Trockij, Che Guevara, Fidel Castro, erano tutti borghesi, perché è la borghesia che, quando l’élite esagera, che si tratti di incipriati aristocratici e pretacci o di latifondisti, capitalisti e padroni delle ferriere, fa le rivoluzioni. Sono stata di sinistra per un lungo tempo, prima che saltassero tutte le regole su chi dovesse stare dalla parte del popolo e chi invece doveva vendersi al Capitale. Perché qualcosa è successo, darling. Più o meno attorno al Sessantotto. E’ stato un processo lungo e difficile da allora, ma sta giungendo a compimento. La più grande operazione di pulizia sociale della storia. La fine della lotta di classe con la proclamazione del Capitale come vincitore. With a little help from his friends.
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Zupo, ex dirigente Pci: il M5S unico erede di Berlinguer
«Ai miei tempi l’onestà era un dna che andava preservato accuratamente, oggi è un optional fastidioso. Il pensiero di Berlinguer è attualissimo e l’unico erede della questione morale è il Movimento 5 Stelle». Parola dell’avvocato Giuseppe Zupo, 73 anni, responsabile nazionale giustizia del Pci ai tempi di Berlinguer. «Allora – dice Zupo, intervistato da “Micromega” – la corruzione non aveva il peso devastante che ha assunto negli anni successivi». C’era il terrorismo, che «trovava terreno fertile tra l’insoddisfazione dei giovani e delle masse popolari». Per questo Berlinguer «si è preoccupato di riguadagnare la fiducia dei cittadini nei confronti dello Stato, da qui la questione morale e l’intransigenza sull’onestà delle istituzioni». La battaglia di Grillo, dunque. E Renzi? «E’ il nulla, e sul niente c’è poco da dire». Quanto a Vendola, «sull’Ilva di Taranto ha fatto uno scivolone terribile e avrebbe dovuto trarne immediatamente le conseguenze: non si ride con i padroni che hanno inquinato una città e prodotto morti su morti».Questione morale non significa solo “non rubare”, è l’idea che lo Stato e le istituzioni democratiche sono un bene pubblico, «da preservare con attenzione essendo di proprietà di una comunità, frutto di sforzi di generazioni che nel passato hanno costruito le fondamenta per quelle future». Per Zupo, la “questione morale” impugnata dal leader del Pci era figlia della grande tradizione liberale, proveniente dalla Rivoluzione Francese, «non relegabile al campo della sinistra» ma cara a qualsiasi sincero democratico. Poi, dopo Berlinguer, il declino inarrestabile dei grandi ideali, in quel partito. Zupo “salva” anche il successore di Berlinguer, Alessandro Natta: dice che fu «defenestrato, mentre era in ospedale, dai vari D’Alema, Occhetto e Veltroni: lo dichiararono dimissionario – mentre era un falso – e lui apprese dal giornale radio di non essere più segretario del Pci». Prima di morire, nel 2001, Natta ha rilasciato un’intervista all’Unità: denunciava «la degenerazione che si era creata con Occhetto».Domanda: tra le forze politiche organizzate di oggi, chi ha preso il testimone di Berlinguer sulla questione morale? «Lo so, farò inorridire i miei compagni di una volta», premette Zupo. «Sono comunista semel semper berlingueriano e dopo il Pci non mi sono iscritto a nessun partito perché nessuno ha portato più avanti quei valori. Ora – dichiara – vedo nel M5S l’unico possibile erede». Una convinzione radicata: «Ho votato il movimento alle ultime elezioni nazionali e – pur non essendo un uomo ricco – l’ho finanziato. Sono andato al comizio di San Giovanni a Roma, prima del voto, e sono rimasto colpito dall’enorme partecipazione e dalla composizione della piazza: cittadini, lavoratori, giovani. La rappresentanza come servizio nelle istituzioni, a termine, per poi ritornare al proprio status di prima. Senza fortune politiche come avviene per gli altri partiti». Confortante, per Zupo, anche il dopo-voto: «I parlamentari 5 Stelle sono persone normalissime: casalinghe, ingegneri, impiegati, gente dalla porta accanto, non arruffoni di soldi e poltrone. Per questo sono del M5S e tornerò a votarlo».«Dall’altra parte – continua l’avvocato – abbiamo quel Pd che, tra l’incostituzionale “Porcellum” e la nuova legge elettorale, ha abrogato le preferenze togliendo alle persone il diritto di poter selezionare la propria classe dirigente. Il nominare loro i parlamentari è solo l’ennesimo atto di autoreferenzialità di una politica ormai lontana dai cittadini». Ormai il Pd è il partito di Renzi. «Berlinguer riteneva che Occhetto fosse solo un venditore di slogan e non un costruttore di politiche. Io penso lo stesso del premier Matteo Renzi, non aggiungo altro: è il nulla». Nella sinistra ufficiale, ci sono anche personaggi come Civati, il quasi-dissidente. «Civati è una persona simpatica e educata ma è compatibile al sistema», dice Zupo: «Ogni volta è lì lì per rompere e poi rientra nei ranghi: voto il M5S perché voglio una forza capace di ribaltare il tavolo su cui questi signori consumano la politica, e non qualcuno che cambi loro le stoviglie».Ai 5 Stelle, conclude l’avvocato, sono stati tesi dei trabocchetti, per esempio da Bersani, e i neoparlamentari hanno commesso errori d’inesperienza e ingenuità: per questo vanno sostenuti, perché continuino a crescere. Il Pd, invece, «ha disperso un immenso patrimonio, quello del Pci». Come diceva Natta, «non hanno tenuto conto che eravamo il punto di arrivo di una particolarità storica, significativa e apprezzata a livello internazionale: un partito socialdemocratico, sul modello scandinavo, che aveva con sé la classe operaia». Tutto questo, sostiene Zupo, non deve andare perduto, e il Movimento 5 Stelle è un’occasione: «In Europa il malcontento si sta riversando verso partiti reazionari, fascisti o addirittura neonazisti, mente qui da noi prende le sembianze del M5S che è invece antifascista, democratico e progressista. Basta osservare come Grillo ha replicato al corteggiamento di Marine Le Pen. Questa specificità del M5S andava compresa e sostenuta, e non osteggiata come fatto dal Pd. Anche le istituzioni che continuano ad accusare il movimento di populismo sbagliano in maniera grossolana».«Ai miei tempi l’onestà era un dna che andava preservato accuratamente, oggi è un optional fastidioso. Il pensiero di Berlinguer è attualissimo e l’unico erede della questione morale è il Movimento 5 Stelle». Parola dell’avvocato Giuseppe Zupo, 73 anni, responsabile nazionale giustizia del Pci ai tempi di Berlinguer. «Allora – dice Zupo, intervistato da “Micromega” – la corruzione non aveva il peso devastante che ha assunto negli anni successivi». C’era il terrorismo, che «trovava terreno fertile tra l’insoddisfazione dei giovani e delle masse popolari». Per questo Berlinguer «si è preoccupato di riguadagnare la fiducia dei cittadini nei confronti dello Stato, da qui la questione morale e l’intransigenza sull’onestà delle istituzioni». La battaglia di Grillo, dunque. E Renzi? «E’ il nulla, e sul niente c’è poco da dire». Quanto a Vendola, «sull’Ilva di Taranto ha fatto uno scivolone terribile e avrebbe dovuto trarne immediatamente le conseguenze: non si ride con i padroni che hanno inquinato una città e prodotto morti su morti».
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Scalfari: Renzi vi ha mentito, ma dovete votare Pd
«Non capisco, ma mi adeguo», avrebbe sentenziato Giorgio Ferrini, nei panni dello stolido militante comunista dell’indimenticato zoo televisivo di Renzo Arbore. Oggi, Eugenio Scalfari offre a Matteo Renzi il più strano degli endorsement: Renzi è praticamente una frana e dice «il contrario della verità», però bisogna votarlo lo stesso. In pratica si tapperà il naso, scrive il fondatore di “Repubblica” a una settimana dal voto europeo, fornendo spiegazioni che lo stesso Ferrini avrebbe probabilmente faticato a decifrare. Niente deve cambiare, dunque, perché lo vuole l’Europa: l’Europa federale, colta e democratica, l’Europa prospera e felice. Su che pianeta vive, attualmente, Eugenio Scalfari? Gli ultimi gossip, risalenti a un anno fa, lo danno per certo ancora a Roma, dove organizzò una cenetta esclusiva – nientemeno che a casa sua – con Giorgio Napolitano, Mario Draghi ed Enrico Letta, allora premier. Ed era lo stesso Scalfari che, nel 1968, rischiò l’arresto per aver rivelato, su “L’Espresso”, il Piano Solo, tentativo di golpe orchestrato dal generale Giovanni De Lorenzo e dalla sua intelligence, il Sifar.«Da molte settimane», scrive Scalfari su “Repubblica” il 18 maggio 2014, «ho criticato il governo Renzi e soprattutto lui medesimo, che accentra nelle sue mani tutto il potere, con una minoranza di sinistra che di fatto si è messa il silenziatore per disturbarlo il meno possibile». Le accuse: «La legge sul lavoro, la rottura con le organizzazioni sindacali, la legge elettorale, la riforma (di fatto l’abolizione) del Senato e la rivalutazione di Berlusconi», che trasforma «un pregiudicato» in un padre della patria. Il giovane Renzi, «lungi dal risolvere uno per ogni mese, a cominciare da subito, i problemi che affliggono il paese da trent’anni», in realtà «non avrebbe potuto fare altro che proseguire il programma già impostato da Monti e poi aggiornato e avviato da Letta», peraltro «già contenuto nella “legge di stabilità” scritta da Letta con la preziosa collaborazione dell’allora ministro dell’economia Fabrizio Saccomanni e approvata in via definitiva dal Parlamento». In altre parole: il seppellimento definitivo dell’economia italiana, mediante euro-austerity.«In effetti le cose sono andate ed andranno così», aggiunge Scalfari, secondo cui «lo sapevano tutti», compreso Renzi, il quale ora finge di “vendere” agli italiani una magica, impossibile “ripresa”. L’ex sindaco di Firenze? «Ha detto il contrario della verità e il suo partito gli ha creduto. Poi, adesso, la verità è chiara a tutti». Ergo, il 25 maggio è l’occasione giusta per bocciare il bugiardo? Macché. Al contrario: Scalfari si augura che «gli elettori che rappresentano la parte responsabile del paese» votino compatti proprio «per il Pd e quindi per Matteo Renzi», il super-mentitore. Il motivo di questo cortocircuito logico? Il solito, cui si ricorre in questi casi: la Paura del Nemico alle Porte. I barbari euroscettici, Grillo, i no-euro, le forze che non vogliono «veder progredire l’Unione Europea verso uno Stato federale», quello che sognò Altiero Spinelli settant’anni fa, e che fu abortito dalla “democratura” oligarchica di Maastricht, che fa dell’Eurozona di oggi una delle aree meno civili, meno libere e meno democratiche del pianeta. Perché la Germania «allenti le briglie dell’austerity», niente di meglio che un tedesco – Martin Schulz – alla guida della Commissione Europea. Questa l’analisi politica di Eugenio Scalfari, alla vigilia del voto che, per la prima volta, permetterà ai popoli europei – drammaticamente “svegliati” dalla crisi – di ribellarsi a un regime che oggi percepiscono come abusivo, autoritario e sincero quanto Matteo Renzi.«Non capisco, ma mi adeguo», avrebbe sentenziato Giorgio Ferrini, nei panni dello stolido militante comunista dell’indimenticato zoo televisivo di Renzo Arbore. Oggi, Eugenio Scalfari offre a Matteo Renzi il più strano degli endorsement: Renzi è praticamente una frana e dice «il contrario della verità», però bisogna votarlo lo stesso. In pratica si tapperà il naso, scrive il fondatore di “Repubblica” a una settimana dal voto europeo, fornendo spiegazioni che lo stesso Ferrini avrebbe probabilmente faticato a decifrare. Niente deve cambiare, dunque, perché lo vuole l’Europa: l’Europa federale, colta e democratica, l’Europa prospera e felice. Su che pianeta vive, attualmente, Eugenio Scalfari? Gli ultimi gossip, risalenti a un anno fa, lo danno per certo ancora a Roma, dove organizzò una cenetta esclusiva – nientemeno che a casa sua – con Giorgio Napolitano, Mario Draghi ed Enrico Letta, allora premier. Ed era lo stesso Scalfari che, nel 1968, rischiò l’arresto per aver rivelato, su “L’Espresso”, il Piano Solo, tentativo di golpe orchestrato dal generale Giovanni De Lorenzo e dalla sua intelligence, il Sifar.
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Parigi, Londra, Roma: un voto per scardinare il regime Ue
L’incognita del voto in Francia è sicuramente «il punto più vulnerabile della costruzione europea», in questa fase.Segue a ruota l’Inghilterra, dove si prevede un’affermazione non irrilevante dell’Ukip che, però, difficilmente supererà di molto il 25% e quasi certamente non raggiungerà il 30%. Discorso diverso: da sempre, l’europeismo inglese è piuttosto tiepido. Non a caso, infatti, «l’Inghilterra non è nell’Eurozona e, spesso, in politica estera, ha seguito più gli Usa che i partner europei». Secondo Giannuli, un forte successo dell’Ukip darebbe una spinta forse decisiva all’Inghilterra a sciogliere gli ormeggi europei. Inoltre lo United Kingdom Independence Party è particolarmente forte nel Galles, paese che potrebbe essere contagiato dal secessionismo della Scozia, che sta andando al referendum sulla separazione da Londra. «Se si profilasse un’uscita contemporanea di Scozia e Galles, entrerebbe seriamente in crisi il Regno Unito, riducendolo di fatto alla sola Inghilterra o poco più, con effetti che si riverserebbero anche sulla Ue, che si troverebbe a dover ripensare tutti i trattati istitutivi».Infine, il caso italiano: le soglie critiche sono quelle legate al derby Renzi-Grillo. Il leader del Movimento 5 Stelle «deve superare il 25% per mantenere un certo peso politico», mentre il neo-premier «è nei guai se va sotto il 30% anche di un solo voto». Soprattutto, «la distanza fra i due deve essere superiore ai tre punti dal punto di vista di Renzi e inferiore da quello di Grillo». Infatti, una differenza sotto i tre punti «renderebbe il M5S competitivo con il Pd in caso di elezioni politiche». In soldoni, conclude Giannuli, «il problema è quello della stabilità del quadro politico del massimo debitore di Europa: se il governo entra in fibrillazione e si trascina con sé le leggendarie riforme renziane, i mercati finanziari europei non possono non risentirne». Ai “mercati”, infatti, piace tanto il regime di Bruxelles: prepariamoci a vederli di nuovo all’opera, a suon di spread, se il vento di rivolta – come tutto lascia pensare – comincerà a soffiare su tutta l’Europa, con la sola ovvia eccezione della Germania, dove il consenso pro-euro è quotato attorno al 90%.Il voto francese, inglese e italiano può mettere in crisi l’Ue. Attenti a leggere bene il risultato europeo del 25 maggio: se una delle tante liste anti-austerità (o meglio, anti-Germania) dovesse ottenere un clamoroso successo in un paese, le forze di governo di quel paese si troverebbero strette fra la tenaglia del vincolo europeo e la pressione interna anti-Ue. Alcuni governi, per non essere travolti, potrebbero essere costretti ad adottare politiche meno arrendevoli verso Bruxelles. Altri, invece, potrebbero scegliere la strada opposta, col rischio di una conflittualità sociale ben più aspra del passato. In ogni caso, la crisi elettorale potrebbe spingere diversi sistemi politici al limite della rottura. Lo sostiene Aldo Giannuli, guardando al verdetto delle europee: se in Germania vincerà la linea Merkel-Spd mentre nel resto d’Europa cresceranno molto le liste euroscettiche, una “grande coalizione” a Strasburgo tra popolari e socialdemocratici rafforzerebbe ulteriormente la percezione di una “Europa tedesca”, facendo esplodere gli atteggiamenti anti-tedeschi e anti-Ue, determinando una spirale incontrollabile.
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Ue, Mosca e Pechino soci perfetti: è l’incubo degli Usa
E’ ovvio che Obama attacca Putin perché teme che la Russia – immenso serbatoio energetico – faccia da ponte tra l’Europa e la superpotenza cinese. Ma sarebbe pazzesco pensare, solo per questo, che Putin sia “qualcosa di sinistra”, e così il regime di Pechino. Lo sostiene l’economista Joseph Halevi, riflettendo sui retroscena della crisi mondiale, che lo scontro sull’Ucraina ha reso evidente. Trattare Putin «come una specie di surrogato progressista»? Errore: «E’ questo che rende la sinistra ovunque totalmente imbecille – dice Halevi – e comincio a credere che lo sia sempre stata». L’attuale capo del Cremlino, infatti, venne scelto dalla vecchia nomenklatura del Kgb, l’unica che riuscì a tenere insieme la Russia che Eltsin stava mandando in pezzi. Ma l’obiettivo era uno solo: «Bloccare la sicura vittoria dei neo-comunisti alle prime elezioni post-Eltsin». Tutto questo «venne fatto dagli Usa, direttamente e soprattutto “via Europa”, per sostenere e rafforzare il potere di Putin, prima come premier e poi come presidente succeduto a Eltsin».L’elemento saliente di quel periodo, ricorda Helevi in un post ripreso da “Come Don Chisciotte”, è la seconda guerrra cecena, combattuta tra il 1999 e il 2001. «La strategia militare elaborata da Putin implicò delle perdite fortissime tra i civili residenti in Cecenia (sia ceceni che russi) e questa violazione dei diritti umani non venne mai denunciata politicamente e formalmente dagli “occidentali” perchè troppo importante era Putin in relazione ad un possibilissimo ritorno al potere dei neo-comunisti». Altro errore, analogo: «Trattare la Cina come “qualcosa di rosso” perché c’è il Pcc al potere». Altro caso di miopia che, sempre secondo Halevi, «rende una grossa parte della sinistra completamente scema senza possibilità d’appello». Il modo migliore di intepretare la nuova Cina? «E’ vederla come un fenomeno ultra-bismarckiano», pur tenendo conto del fatto che «la formazione di una potenza bismarckiana delle dimensioni della Cina pone dei problemi per l’altra potenza», quella americana.Una visione, questa, elaborata già nel 1999 dalla Rand Corporation. Cina ultra-bismarckiana? A coniare la formula fu Zalmay Khalilzad, afghano emigrato negli Usa diventato sotto Bush figlio e ambasciatore Usa a Kabul dopo il 2001, poi ambasciatore in Iraq dopo il 2003 ed infine ambasciatore statunitense all’Onu. Sul versante geopolitico, Khalilzad spiega perchè – con la Cina di oggi – gli Usa non possono avere rapporti di sola cooperazione amichevole o di solo conflitto. «Pochi hanno colto la dimensione duale e contraddittoria degli interessi Usa in Cina, ma per coglierli basta studiare – leggendo il “Wall Street Journal” e l’“International New York Times” – Walmart, Apple e la General Electric». Quei colossi «sono in Cina per rifornire in primo luogo il mercato Usa, in secondo luogo il resto del mondo, in terzo luogo per vendere sul mercato cinese in crescita asfissiante (letteralmente)». Il successo della loro presenza in Cina «dipende dalla crescita cinese, che è organizzata dallo Stato bismarckianamente».Questa crescita, continua Halevi, significa «capacità di mettere in piedi in breve tempo grosse strutture industriali con ampie economie di scala e con ritmi di lavoro parossistici». Tutto ciò «conferisce una dimensione concreta alla globalizzazione». Esempio, il caso Apple, con iPad e iPhone «progettati negli Usa, prodotti da una società di Taiwan ma localizzata in Cina», perchè «a Taiwan e nemmeno negli Usa avrebbero potuto costruire, in poco tempo e con tutte le infrastrutture di collegamento, un insieme di impianti che occupano oltre 700 mila persone». Così, si è generato «uno iato crescente tra gli interessi economici del capitale Usa e la capacità dello Stato Usa di garantirne gli interessi in maniera coerente». Per esempio, negli Usa si discute la necessità di far rivalutare la moneta cinese, lo yuan: «A non volerlo sono proprio le società Usa che operano dalla Cina».Fino alla fine degli anni ‘90, prosegue Halevi, il mantenimento dell’egemonia statunitense si fondava sul ruolo della spesa pubblica federale (senza la quale il sistema militare, politico e finanziario non funzionerebbe) e sul ruolo del dollaro. Due elementi che permettevano e permettono il controllo delle cruciali zone energetiche del Medio Oriente. Un analista come Zbigniew Brzezinski sostenne che il controllo dell’arco energetico che va dall’Arabia Saudita all’insieme del Medio Oriente pemette di “tenere al guinzaglio” simultaneamente sia il Giappone che l’Unione Europea. «Giustissimo, per quel periodo», dice Halevi. «Da allora, la Russia è emersa come superpotenza energetica e la Cina come fulcro della produzione industriale mondiale, nonchè come asse dei meccanismi finanziari sui mercati delle materie prime, come il carbone».«Insieme alla finanziarizzazione degli Oceani e soprattutto dell’Artico – conclude Halevi – la dinamica dei prodotti finanziari globali non è certo determinata dal debito pubblico italiano e dallo spread, bensì dalla Cina». Sicché, la formazione di un “continuum” economico tra Cina, Russia ed Europa, Germania in primis, «è nei piani sia cinesi che tedeschi e russi». La parte più debole meno coordinata è quella russa, «perchè il processo di disgregazione dell’Urss apertosi nel 1991 è lungi dall’essersi concluso: la Russia è una superpotenza energetica, ma come forza statuale è ancora nel day-after del 26 dicembre del 1991». Per gli Stati Uniti, dunque, «è essenziale che non si formi alcun “continuum” euroasiatico, altrimenti entrerebbe seriamente in crisi la capacità dello Stato americano di proteggere coerentemente gli interessi del capitale Usa».E’ ovvio che Obama attacca Putin perché teme che la Russia – immenso serbatoio energetico – faccia da ponte tra l’Europa e la superpotenza cinese. Ma sarebbe pazzesco pensare, solo per questo, che Putin sia “qualcosa di sinistra”, e così il regime di Pechino. Lo sostiene l’economista Joseph Halevi, riflettendo sui retroscena della crisi mondiale, che lo scontro sull’Ucraina ha reso evidente. Trattare Putin «come una specie di surrogato progressista»? Errore: «E’ questo che rende la sinistra ovunque totalmente imbecille – dice Halevi – e comincio a credere che lo sia sempre stata». L’attuale capo del Cremlino, infatti, venne scelto dalla vecchia nomenklatura del Kgb, l’unica che riuscì a tenere insieme la Russia che Eltsin stava mandando in pezzi. Ma l’obiettivo era uno solo: «Bloccare la sicura vittoria dei neo-comunisti alle prime elezioni post-Eltsin». Tutto questo «venne fatto dagli Usa, direttamente e soprattutto “via Europa”, per sostenere e rafforzare il potere di Putin, prima come premier e poi come presidente succeduto a Eltsin».
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Chiesa: siamo seri, Putin non voleva nemmeno la Crimea
L’Occidente è compatto con un monolite nelle smisurate menzogne che racconta. Non solo oggi. Sempre. La Russia, invece, non ha voce in Occidente. Nessuna. Storicamente l’ha avuta solo fino a che esistettero i partiti comunisti. Ma questi non esistono più da ormai 35 anni circa. E, infatti, la voce, le opinioni, le posizioni della Russia (non dico dei russi, per il momento) letteralmente non esistono in tutto l’Occidente. E, data l’assoluta ormai uniformità propagandistica del mainstream occidentale, le opinioni del Cremlino sono affidate esclusivamente alle capacità propagandistiche di Vladimir Putin. Che non bastano per bucare il muro di silenzio, e di russofobia, che circonda la Russia. Un bel guaio per noi europei che dissentiamo dalle linee guida del “consenso washingtoniano” e che non abbiamo strumenti per cambiare il corso delle cose, essendo stati espropriati delle regole della democrazia liberale.Vero, per carità, che Putin non ha “controparti interne”. Ma occorre aggiungere che il consenso che oggi circonda Putin è altissimo e tale che nemmeno in Occidente lo si mette in discussione (se non per dire che i russi sono un popolo bue, incompatibile con la nostra, superiore democrazia). Resta il fatto che il grande pubblico della società dello spettacolo, al 99%, non sa nulla né delle reali intenzioni della Russia di Putin, né dei suoi gesti politici. Si afferma, come un dato scontato (e scontato non è affatto) che Putin voglia conquistare l’Ucraina e che lo stia facendo in modo subdolo, “allestendo la protesta sul suolo ucraino”. Ho numerosi argomenti forti a sostegno della tesi che Putin desidera, in ogni modo, evitare l’annessione delle due regioni del sud est ucraino, cioè il Donbass e il Lugansk. Aggiungo che ho abbondanza di prove che Putin avrebbe volentieri evitato anche il referendum della Crimea.Ma capisco che questo lo si può capire solo se ci si libera di una parte del veleno russofobico che tutti siamo costretti a ingoiare. Basti un solo dato di fatto, incontrovertibile. I dodici milioni di russi dell’Ucraina sud-orientale (inclusi i due milioni di crimeani) non hanno mosso nemmeno il mignolo del piede sinistro durante i cinque mesi che hanno preceduto il colpo di Stato che ha abbattuto Yanukovic. Come mai? Il fatto è che non Putin ha assunto l’iniziativa dell’offensiva, ma gli Stati Uniti. I russi di Ucraina sono stati tranquilli e sottomessi fino a che non è emersa a Kiev la giunta con le pustole naziste che adesso conosciamo. Solo allora hanno cominciato, all’improvviso, a preoccuparsi, prima, e poi a reagire. Se si pensa che sia Putin a allestire la protesta nel Donbass, temo che si sbagli. Un conto è sostenere il peso dell’ingresso della Crimea. Un altro conto sarebbe assumersi il peso di un paese di oltre dieci milioni di persone, due volte la Svizzera.E, probabilmente, non si sa nulla della lettera che, nel pieno della crisi, Putin ha inviato a diciotto capi di governo dell’Europa, invitandoli a sedersi attorno a un tavolo per risolvere, insieme, il problema economico e sociale dell’Ucraina. Il mainstream italiano ha negato le notizie essenziali. L’altro errore, sesquipedale, è nel considerare Yanukovic come un uomo di Putin. Se avessimo seguito da vicino le vicende ucraine degli ultimi 23 anni, sapremmo che nessuno dei quattro presidenti che si sono succeduti a Kiev dopo la sua prima e unica indipendenza nazionale è stato “uomo di Mosca”. Sono stati tutti e quattro degli agenti dell’Occidente. Lo fu Kravchuk; lo fu Kuchma; lo fu, ovviamente, l’arancione Yushenko. Lo era anche l’oligarca Yanukovic. Il quale promosse e condusse, con totale miopia e stupidità, la trattativa con l’Europa che avrebbe dovuto sfociare nel trattato di Vilnius.Ovvio che Putin abbia cercato di fermarlo, nell’interesse della Russia. Ma non risulta che abbia organizzato un colpo di Stato per abbatterlo. Gli promise un prestito a tasso agevolato di 15 miliardi di dollari, più due miliardi all’anno di sconto sulla bolletta del gas. Se questa è un’aggressione, allora io devo aver dimenticato il vocabolario italiano. E poi, una domanda: tutti fanno i propri interessi, o sbaglio? E perché mai l’unico cui non è permesso di fare i propri interessi, per giunta senza spargimento di sangue, per giunta nelle immediate vicinanze delle sue frontiere, dovrebbe essere Putin? Strane pretese. E quale “civile difesa” dei propri diritti resterebbe ai russi di Ucraina alla luce del mostruoso pogrom di Odessa?Mi fermo qui. Io non sono né un “volontario forzato”, né un “partigiano senza domande”. A me pare di ragionare da europeo con la testa sul collo. Questa crisi è stata creata artificialmente da Washington (ricordate il “fuck Eu” della signora Victoria Nuland?). È destinata a colpire la Russia, senza dubbio, ma anche l’Europa, sottoponendola a un controllo strettissimo da parte Usa e tagliandole legami economici vitali, a cominciare da quelli energetici, con la Russia. Resta la domanda: ma non potevano aspettare le prossime elezioni, tra un anno, per fare fuori Yanukovic? Invece hanno avuto fretta. Proviamo a chiederci da dove è venuta tanta fretta americana e di parte dell’Europa. Io penso che l’Europa dovrebbe avere con la Russia un partenariato strategico amplissimo. Non vorrei più essere suddito dell’Impero, proprio mentre l’Impero non è più tale, vacilla, diventa sempre più aggressivo e irresponsabile. Dunque pericoloso. Non voglio andare in guerra. Contro nessuno. Dunque penso. Dunque cerco di difendermi.(Giulietto Chiesa, sintesi dell’intervento “Russia-Ucraina, chi fa propaganda e chi la subisce”, pubblicato da “Il Fatto Quotidiano” il 7 maggio 2014, in risposta alle domande di un lettore).L’Occidente è compatto con un monolite nelle smisurate menzogne che racconta. Non solo oggi. Sempre. La Russia, invece, non ha voce in Occidente. Nessuna. Storicamente l’ha avuta solo fino a che esistettero i partiti comunisti. Ma questi non esistono più da ormai 35 anni circa. E, infatti, la voce, le opinioni, le posizioni della Russia (non dico dei russi, per il momento) letteralmente non esistono in tutto l’Occidente. E, data l’assoluta ormai uniformità propagandistica del mainstream occidentale, le opinioni del Cremlino sono affidate esclusivamente alle capacità propagandistiche di Vladimir Putin. Che non bastano per bucare il muro di silenzio, e di russofobia, che circonda la Russia. Un bel guaio per noi europei che dissentiamo dalle linee guida del “consenso washingtoniano” e che non abbiamo strumenti per cambiare il corso delle cose, essendo stati espropriati delle regole della democrazia liberale.
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Chiesa: divisi non si vince, spiegatelo a Grillo (e Tsipras)
«Quell’assemblea di difensori dell’ordine pubblico che applaudono altri difensori dell’ordine pubblico che hanno ucciso un ragazzo, mi ha fatto venire in mente i magistrati che accusano di terrorismo quei cittadini che difendono la democrazia, quei manager che guadagnano cifre smisurate, quei politici che sono collusi con i mafiosi, quei corrotti e corruttori che hanno espropriato i cittadini di ogni possibilità di decidere del proprio futuro, e che continuano a succhiare ricchezza senza vedere la tempesta che si avvicina. Penso che siano tutti sintomi dello sfacelo della società italiana: se ne esce soltanto con una grande riforma intellettuale e morale». Per Giulietto Chiesa, «ci vuole una forza politica nuova che riesca a vedere la profondità dell’abisso e indichi una strada». Purtroppo, però, «questa forza politica non c’è», non esiste ancora. E, naturalmente, «non si creerà da sola».Il commento di Chiesa, pubblicato sulla sua pagina Facebook, ha suscitato «una vera bufera di reazioni, opposte». Da una parte i sostenitori del Movimento 5 Stelle, secondo i quali ovviamente «la nuova forza politica già c’è e non bisogna cercarne altre», e dall’altra «quelli di sinistra, che continuano a negare ogni credibilità al M5S». A questi ultimi, Giulietto Chiesa risponde con le cifre: «Una alternativa di sinistra all’attuale regime non esiste e – io ne sono certo – non esisterà più in un futuro prevedibile». I motivi? «Moltissimi, tutti convergenti», più volte enunciati: la sinistra (elettorato) non ha “visto” la natura e le dimensioni epocali della grande crisi – economia, energia, clima, fine della crescita illimitata – mentre la nomenklatura del centrosinistra ha di fatto “eseguito” i diktat dell’élite oligarchica oggi alla guida del capitalismo finanziario globalizzato.Un’illusione, però, anche quella di chi (come molti grillini) coltiva la speranza di cambiare l’Italia col 25% dei voti. «Enrico Berlinguer – che si rivolgeva, si badi bene, al più forte partito comunista dell’Occidente – dopo i fatti del Cile del 1973, quando Salvador Allende fu rovesciato e ucciso da un colpo di Stato organizzato dalla Cia, disse che non si poteva cambiare il paese nemmeno con il 51%. Perché lo disse? Perché sapeva che il nemico sarebbe uscito dal terreno democratico e avrebbe rovesciato il tavolo e la legalità. Aveva ragione. Infatti avvenne proprio così. Adesso è la stessa, identica situazione». In ogni caso, è sbagliato sottovalutare il potenziale democratico espresso dal movimento di Grillo: «Il M5S è una realtà nuova, di grande importanza», sottolinea Chiesa. «Per quanto mi riguarda l’ho sostenuta in tre consultazioni elettorali (in Sicilia nel 2012, alle elezioni politiche del 2013, ora nel 2014)». Una forza “amica”, dunque, che però «da sola, non potrà cambiare il paese».Ennesima occasione perduta, la campagna elettorale per le europee: «Il non avere tentato una convergenza sulla candidatura di Tsipras è stato un errore grave». Errore che peraltro la stessa Lista Tsipras «ha commesso, alla rovescia, rifiutando pregiudizialmente ogni contatto con il M5S». Chi ci rimette? «Milioni di italiani», cioè quelli che «vogliono cambiare radicalmente il paese, e che non sono né di sinistra, né del M5S». E’ a loro che Giulietto Chiesa pensa, quando parla di «una grande alleanza democratica e di pace e di pulizia, un’alleanza per la salvezza nazionale». Che fare? «Bisogna che tutti, sia il M5S, sia le sinistre (non parlo del Pd, che sinistra non è più), siano capaci di mettersi assieme per formulare un programma di governo, e una lista di governo». Una grande riforma intellettuale e morale «richiede molte forze ideali e componenti che non sono racchiudibili dentro gli attuali schieramenti». C’è bisogno di tutti, purché fuori dalla “casta”, quella dei partiti “maggiordomi” dei poteri forti: prima lo si capisce, e prima avremo concrete possibilità di fermare i diktat dell’oligarchia.«Quell’assemblea di difensori dell’ordine pubblico che applaudono altri difensori dell’ordine pubblico che hanno ucciso un ragazzo, mi ha fatto venire in mente i magistrati che accusano di terrorismo quei cittadini che difendono la democrazia, quei manager che guadagnano cifre smisurate, quei politici che sono collusi con i mafiosi, quei corrotti e corruttori che hanno espropriato i cittadini di ogni possibilità di decidere del proprio futuro, e che continuano a succhiare ricchezza senza vedere la tempesta che si avvicina. Penso che siano tutti sintomi dello sfacelo della società italiana: se ne esce soltanto con una grande riforma intellettuale e morale». Per Giulietto Chiesa, «ci vuole una forza politica nuova che riesca a vedere la profondità dell’abisso e indichi una strada». Purtroppo, però, «questa forza politica non c’è», non esiste ancora. E, naturalmente, «non si creerà da sola».
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Fuga da Sel, poltrone senza gloria per post-bertinottani
A quanto pare, Sel è prossima alla scissione: una ventina di deputati e tre o quattro senatori si apprestano a lasciare Sel per volare fra le braccia di Renzi, sperando di essere rieletti. Avete capito bene: Renzi, neppure Bersani o Civati: Renzi. Il tutto alla vigilia del voto per le Europee, dove la lista Tsipras lotta sul decimale in più o in meno per prendere il quoziente e salvarsi: il che è l’evidente vigliaccata di gente che pensa solo a mantenersi il cadreghino sotto il sedere. Ma da Gennaro Migliore, non mi aspettavo di meglio. Le alte motivazioni ideali di questa pattuglia di migranti sono facilissime da capire: Sel è in discesa nei sondaggi e lo era già sei mesi fa, ora, se la lista Tsipras fallisce, loro si trovano coinvolti nel naufragio ed il loro potere di contrattazione scende a zero, se, invece, riesce a salvarsi, poi loro non hanno prospettive di rientro, perché la Befana del premio di maggioranza non ci sarebbe e perché lo stesso partito di appartenenza li mollerebbe. Molto meglio passare in tempo al Pd, facendo finta di dare un contributo elettorale a Renzi che ha bisogno come l’aria di non andare sotto il 30%.Non credo che tutto ciò provocherà grandi terremoti elettorali e che questo pattuglione di “cadrega dipendenti” sposterà nulla (sono gli stessi che hanno perso il congresso, e nell’elettorato non li conosce nessuno). Migliore è uno che, se ci fosse il voto di preferenza, prenderebbe sette voti, compreso quello della madre, del fratello e del portiere di casa (e del portiere non sono neanche troppo sicuro). Ma la scissione può spostare quello 0,1% che fa la differenza fra il prendere e il non prendere il quoziente. Questo è il prodotto della selezione dei gruppi dirigenti di partito e parlamentari nell’area della cosiddetta sinistra radicale (cose anche peggiori potremmo dire di Rifondazione, tanto per fare un esempio) che fanno emergere regolarmente una casta di arrivisti, incapaci e opportunisti. E di questo, nel caso di Sel, la colpa ricade tutta su Nichi al quale, peraltro, non perdoneremo mai di averci rifilato un bidone come la Boldrini.E questo, a sua volta, è il riflesso delle scelte che stanno alla base della nascita di Sel che avrebbe potuto essere il punto di riferimento della sinistra libertaria, ma non ha saputo e voluto esserlo. In primo luogo, aver lasciato decadere la discriminante anticapitalistica, per una forza politica che veniva dalla costola di un partito comunista era una scelta che comportava lo svuotamento di una identità non riempita da altro che formule generiche ed ambigue. Ma più in generale, il progetto virò immediatamente verso quello del comitato elettorale di supporto al leader in vista del miraggio della nomination della sinistra per la Presidenza del Consiglio. Nichi non dedicò alcuno sforzo a costruire il partito né dal punto di vista organizzativo, né da quello della cultura politica. Tutto venne sostituito dal ruolo carismatico suo personale, a sua volta retto solo dalla sua capacità affabulatoria di grande retore della politica.Ho un ricordo personale in proposito: sono più vecchio di Nichi di otto anni e, quando lui aveva 17-18 anni ed iniziava a muovere i primi passi in assemblea, io ne ero già buon frequentatore. Ricordo che un bel giorno, in assemblea interviene un giovanotto sconosciuto che fa un intervento rutilante di metafore, ricco di preterizioni, grondante metonimie ed audacie stilistiche varie. Alla fine commentai: «Come parla bene!!! Che ha detto?». Sel è stata in piedi in questi anni sulla capacità retorica di Nichi e sull’aspettativa della sua ascesa a Palazzo Chigi. Ma il periodo di grazia è durato poco: il 14 dicembre 2010 fu chiaro che non si sarebbe votato nell’anno successivo e che, di conseguenza, le primarie sarebbero slittate indefinitamente. Poi, nell’estate 2011, successero due cose: la crisi riprese con ogni evidenza e Nichi non disse una sola parola in proposito. So che Nichi capisce di economia e finanza come di dialetti tibetani – e va bene, ma se aspiri a fare il presidente del Consiglio non ti puoi permettere di queste ignoranze – e quel lungo silenzio iniziò a logorarlo.Nello stesso tempo, iniziò l’implacabile ascesa di Renzi che assorbì buona parte delle Fabbriche di Nichi. Quando si arrivò alle primarie, nell’autunno 2012, Nichi ci arrivò spompato e racimolò uno scarso 15%, che era più o meno la stessa percentuale presa a suo tempo da Bertinotti. Ancora per tutto il 2012 i sondaggi accreditavano Sel di un grasso 6% (dopo i picchi dell’8 o 9% dell’anno prima) ma alle elezioni del 2013 Sel è andata sotto il 4% ed è stata graziata solo dalla partecipazione alla coalizione vincente. Trentasette deputati, ma disegno politico zero. Si capisce che da quel momento inizia a balenare nella mente dei neoeletti l’idea di migrare verso lidi più caldi e sicuri. Il tentativo di convenzione della sinistra (il cantiere dell’11 maggio) cadde presto nel vuoto ed all’invito non si presentò quasi nessuno. Anche la Fiom, un tempo vicina a Sel, iniziò a pencolare fra M5S e Pd renziano.Nichi aveva perso un’altra occasione: avrebbe potuto fare lui la Linke italiana, ma avrebbe dovuto farlo fra il 2011 ed il 2012. Glielo ha impedito la sua vivace antipatia per Ferrero: possiamo facilmente capirlo, ma in politica bisogna saper passare sulle antipatie personali e privilegiare i disegni di lungo periodo. Poi sono venuti gli infortuni tarantini che ne hanno minato l’immagine irrimediabilmente. E Sel si avvia al capolinea. Ciò nonostante, penso che la Lista Tsipras meriti di farcela e vada sostenuta. Come sapete io voterò M5S, ma se – come nel sistema australiano – avessi un secondo voto, sicuramente sarebbe per la Lista Tsipras. Non ho questa possibilità, però posso fare qualcosa da questo blog per sostenerla. Penso a tutti i militanti del Pd con il mal di pancia. Un voto a questa lista può essere un ottimo antidoto alla deriva renziana e può rafforzare le opposizioni interne, che invece uscirebbero scoraggiate e marginalizzate da una sconfitta di quella lista. Cari amici e compagni della sinistra Pd, pensateci. E anche voi “grillini delusi”, che non volete più saperne di votare M5S: va bene, è una scelta che rispetto, ma il vostro voto naturale è questo, non quello al Pd. Pensateci anche voi.(Aldo Giannuli, “Sinistra e Libertà si spacca: non mi sorprende, comunque auguri alla Lista Tsipras”, dal blog di Giannuli del 1° maggio 2014).A quanto pare, Sel è prossima alla scissione: una ventina di deputati e tre o quattro senatori si apprestano a lasciare Sel per volare fra le braccia di Renzi, sperando di essere rieletti. Avete capito bene: Renzi, neppure Bersani o Civati: Renzi. Il tutto alla vigilia del voto per le Europee, dove la lista Tsipras lotta sul decimale in più o in meno per prendere il quoziente e salvarsi: il che è l’evidente vigliaccata di gente che pensa solo a mantenersi il cadreghino sotto il sedere. Ma da Gennaro Migliore, non mi aspettavo di meglio. Le alte motivazioni ideali di questa pattuglia di migranti sono facilissime da capire: Sel è in discesa nei sondaggi e lo era già sei mesi fa, ora, se la lista Tsipras fallisce, loro si trovano coinvolti nel naufragio ed il loro potere di contrattazione scende a zero, se, invece, riesce a salvarsi, poi loro non hanno prospettive di rientro, perché la Befana del premio di maggioranza non ci sarebbe e perché lo stesso partito di appartenenza li mollerebbe. Molto meglio passare in tempo al Pd, facendo finta di dare un contributo elettorale a Renzi che ha bisogno come l’aria di non andare sotto il 30%.
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Viale: sondaggi bugiardi, Tsipras smentirà il regime
«Il baratro in cui è precipitato il giornalismo italiano si vede dal fatto che molti non riescono nemmeno a capire che si possa volere un’ Europa diversa da quella che c’è», ovvero «quella di Renzi come lo era di Letta, di Monti e anche di Berlusconi e Tremonti quando erano al governo». Guido Viale denuncia la congiura del silenzio sulla lista Tsipras, nel coro assordante dei media che seguono il premier come un oracolo. «Da qualche mese, al seguito della cavalcata sul nulla di Matteo Renzi», lo spazio che gli riservano giornali e televisioni «è totalitario, come documenta l’Osservatorio sulle Tv di Pavia». E il servilismo degli adulatori è dilagante: «Papa Francesco copia “lo stile di Renzi”, ci ha informato un notiziario». Osserva Viale: «Non c’è più un regime fascista a imporre questo allineamento, sono piuttosto questi allineamenti a creare le solide premesse di un “moderno” autoritarismo, auspicato dall’alta finanza», quella che – Jp Morgan in testa – si scaglia contro la nostra Costituzione, che “ostacola” il loro business.Autoritarismo: quello delle “riforme” costituzionali ed elettorali di Renzi, «tese a cancellare con premio e soglie di sbarramento ogni possibilità di controbilanciare i poteri dei partiti». Nel mirino anche i Comuni, cioè poteri locali ancora relativamente controllati dai cittadini, ai quali erogano i servizi pubblici fondamentali. «Renzi, come Letta, Monti e Berlusconi, vuole costringerli ad alienarli: come aveva fatto Mussolini sostituendo ai Consigli comunali i suoi prefetti», scrive Viale sull’ “Huffington Post”. I media, naturalmente, si regolano di conseguenza. La campagna elettorale per le europee? Interamente confinata nel confronto Renzi-Grillo, «tutto incentrato sulle diverse forme di “carisma” che i due leader esibiscono». Silenzio di tomba sull’unica novità politica nelle urne, la lista “L’altra Europa con Tsipras”. Dai media, ostracismo bulgaro: hanno «ingigantito le difficoltà incontrate nel corso della sua formazione, per poi calare una cortina di silenzio totale sulla sua esistenza». Non una parola sulla visita di Tsipras a Palermo, con teatro pieno e «mille persone rimaste fuori ad ascoltare». E non una riga sulle 220.000 firme di presentazione, «risultato su cui molti media avevano scommesso che non sarebbe mai stato raggiunto».Eppure, aggiunge Viale, non è mancato agli stessi giornali e telegiornali lo spazio per occuparsi del congresso del “nuovo” partito comunista fondato da Rizzo, in realtà «il quattordicesimo», della presentazione della lista elettorale “Stamina” e della riammissione dei Verdi alla competizione elettorale. «Il tutto viene completato con la presentazione di sondaggi che danno la lista per morta: sono i tre divulgati dalle televisioni di regime, mentre tutti gli altri sondaggi la danno due o tre punti al di sopra della soglia di sbarramento, ma non vengono resi noti». Aggiunge Viale: «Io, che ho lavorato anche in una società di sondaggi, so bene come si fa ad orientarli (e anche a falsificarli) e quanto contribuiscano a “orientare” e a manipolare la realtà». Così, poco per volta, «impercettibilmente si scivola verso un nuovo regime», confortato regolarmente da cerimonieri come Eugenio Scalfari, autore di una «omelia settimanale», la domenica, su “Repubblica”.Gli 80 euro in busta paga? Una bufala senza copertura, riconosce Scalfari, inventata solo per vincere le europee. Ma c’è da augurarsi che l’imbroglio funzioni, aggiunge il fondatore di “Repubblica”, perché così il governo si rafforzerà, recupererà anche in Europa il prestigio perduto e la crescita potrà ripartire. «Il che – dice Viale – mostra in che conto Scalfari tenga “questa Europa”», cioè «quella a cui stiamo sacrificando le ormai molte “generazioni perdute” del nostro e di altri paesi, l’esistenza, la salute, la vecchiaia e la vita stessa di un numero crescente di cittadini, di lavoratori e di imprenditori, e l’intero tessuto produttivo del nostro e paese». Soprattutto, l’accondiscendenza conformista di Scalfari «mostra dove porta questa teoria, o visione, o percezione, sempre più diffusa dai media e tra la gente, del governo Renzi come “ultima spiaggia”. Così, quando si sarà compiuto il disastro economico, sociale e istituzionale a cui ci sta trascinando quella sua cavalcata fatta di vuote promesse, di trucchi contabili e di nessuna capacità di progettare un vero cambiamento di rotta per l’Italia e per l’Europa, non si potrà più tornare indietro». La miglior risposta, si augiura Viale, sarebbe il rovesciamento dei pronostici di regime: proprio a partire dal voto europeo.«Il baratro in cui è precipitato il giornalismo italiano si vede dal fatto che molti non riescono nemmeno a capire che si possa volere un’ Europa diversa da quella che c’è», ovvero «quella di Renzi come lo era di Letta, di Monti e anche di Berlusconi e Tremonti quando erano al governo». Guido Viale denuncia la congiura del silenzio sulla lista Tsipras, nel coro assordante dei media che seguono il premier come un oracolo. «Da qualche mese, al seguito della cavalcata sul nulla di Matteo Renzi», lo spazio che gli riservano giornali e televisioni «è totalitario, come documenta l’Osservatorio sulle Tv di Pavia». E il servilismo degli adulatori è dilagante: «Papa Francesco copia “lo stile di Renzi”, ci ha informato un notiziario». Osserva Viale: «Non c’è più un regime fascista a imporre questo allineamento, sono piuttosto questi allineamenti a creare le solide premesse di un “moderno” autoritarismo, auspicato dall’alta finanza», quella che – Jp Morgan in testa – si scaglia contro la nostra Costituzione, che “ostacola” il loro business.
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Suicidare la Francia: i veri obiettivi di Hollande e Valls
François Hollande ha ricevuto all’Eliseo Peter Hartz, l’ex consigliere del cancelliere tedesco Gerhard Schröder: «L’ex direttore del personale della Volkswagen era stato condannato a due anni di prigione per aver corrotto i sindacalisti della sua impresa pagandoli con 2,6 milioni di euro in prostitute e viaggi esotici», scrive Thierry Meyssan. «Non è precisato se il presidente Hollande desideri seguire l’esempio di Peter Hartz fino alla sua quarta riforma, che limita a tre mesi la durata delle assicurazioni contro la disoccupazione». Per Meyssan, comunque, anche l’incontro con Hartz – insieme al nuovo governo di Manuel Valls, creato con l’alibi della débacle elettorale alle comunali – testimonia la volontà dell’Eliseo di puntare su un nuovo colonialismo per facilitare le grandi aziende francesi, sull’esempio del suo “maestro” Jules Ferry, che già a fine ‘800 difese gli interessi del grande capitale francese mentre sviluppava il colonialismo, forgiando gli insegnanti perché «formassero i giovani in modo che diventassero i soldati dell’espansione coloniale e della Prima Guerra Mondiale».Non a caso, osserva Meyssan in un’analisi ripresa da “Megachip”, la prima parte del mandato di Hollande è stata caratterizzata dal rilancio della guerra in Siria e dagli interventi militari in Mali e nella Repubblica Centrafricana, tutte «avventure» che sarebbero state «coordinate presso l’Eliseo – sovente contro il parere dello stato maggiore e del ministro della difesa – dal capo di gabinetto militare, il generale tradizionalista Benoît Puga». La seconda parte del quinquennio di Hollande – annunciata già il 14 gennaio, ben prima delle elezioni comunali – si vuole “socialdemocratica”, nel senso dell’Agenda 2010 del cancelliere Schröder: reindirizzare la produzione, agevolando le grandi aziende. «Intrapresa un decennio fa, questa politica facilitò il governo federale, rese più competitive le imprese esportatrici ma aumentò considerevolmente le disparità sociali e la povertà».L’opinione pubblica francese, intanto, ha accolto con scetticismo l’avvicendamento alla guida del governo. «Mai, nella storia della Francia – scrive Meyssan – le elezioni comunali erano sfociate in un cambio di governo: sembrava infatti impossibile trarre conclusioni nazionali da elezioni esclusivamente locali». Tuttavia, se consideriamo i 788 Comuni con più di 50.000 abitanti (che corrispondono al 23% della popolazione), si osserva «un record di astensionismo, soprattutto tra gli elettori che avevano votato due anni prima per François Hollande». L’estensione della sfiducia è stata tale, aggiunge Meyssan, che numerosi Comuni tradizionalmente ancorati a sinistra sono passati alla destra, a favore dell’Ump. Da qui la mossa di Hollande: l’incarico a Valls per formare un nuovo governo «coeso, coerente e saldo», in realtà votato alla realizzazione dei grandi obiettivi annuciati il 14 gennaio, ad oltre due mesi da voto.«Il presidente – continua Meyssan – pensa così di seguire le orme di François Mitterrand che, nel luglio 1984, congedò il suo primo ministro operaista Pierre Mauroy, abbandonò le sue 101 proposte e designò un esponente dell’alta borghesia, Laurent Fabius, affinché conducesse una politica più “realistica”». E’ il “vizietto” storico della sinistra europeista: assorbire e neutralizzare le istanze popolari, per meglio imporre le politiche neoliberiste della destra economica e tecnocratica. Non tutti appreazzano, naturalmente: «Così come i comunisti si rifiutarono di partecipare al governo Fabius accusato di liquidare le promesse sociali dell’elezione presidenziale, anche i Verdi si ritirano dal governo Valls, rifiutando di condividere il suo prevedibile fallimento».Per Meyssan, «così come Mitterrand aveva scelto un primo ministro ebreo e sionista per placare l’ostilità di Israele, allo stesso modo François Hollande ha scelto una delle persone più impegnate in favore della colonizzazione della Palestina». E se Fabius era un primo ministro «troppo giovane e inesperto per imporsi dopo il machiavellico Mitterrand», anche Manuel Valls «non ha avuto la capacità di formare da solo il suo governo e ha dovuto adeguarsi ai suggerimenti presidenziali». Tuttavia, mentre Mitterrand aveva operato un vero cambio di politica e di uomini nel 1984, Hollande intende proseguire la politica avviata nel primo anno di mandato. Così il nuovo governo comprende le stesse persone del precedente, con due eccezioni: Ségolène Royal, la madre dei figli di Hollande, e il suo vecchio amico François Rebsamen. «Possiamo da ciò concludere che il suo obiettivo non sia quello di abbandonare la scia di Jules Ferry, ma di aggiungervi l’esempio delle relazioni con il grande capitale di Gerhard Schröder».Valls si è attenuto alle direttive presidenziali: “patto di responsabilità” con il Medef, la Confindustria francese, “transizione energetica” per compiacere i Verdi e “patto sociale” per le classi popolari. «Ma i bisogni della Francia sono facili da stabilire: da molti anni lo Stato rinuncia ai suoi mezzi d’intervento, abbandonando la sua moneta per esempio, aumentando gli strati amministrativi, le sue leggi e i suoi regolamenti. Alla fine, il potere si è impigliato nella propria burocrazia e ha perduto ogni efficacia». Uno status quo deludente, che «pochi pensano di cambiare davvero». Il grande suggeritore, aggiunge Meyssan, è la superpotenza Usa: smarcare Parigi da Washington «richiederebbe una grave crisi politica internazionale, come quella aperta nel 1966 da Charles De Gaulle quando improvvisamente espulse la Nato dalla Francia». Se ne guardano bene Hollande e Valls, che annunciano una colossare riforma per tagliare gli enti locali, dimezzare il numero delle Regioni e accorpare i piccoli Comuni.«Se tutti sono d’accordo nel considerare che questa “millefoglie” era indigesta e costosa – sostiene Meyssan – la scelta degli strati da sopprimere non corrisponde alla storia politica francese, bensì al progetto di transizione dagli Stati-nazione all’Unione Europea». Questo progetto, «instillato dagli Stati Uniti durante il Piano Marshall», sostituirebbe gli attuali Stati-nazione con delle macroregioni, trasferendo i poteri sovrani a un’entità burocratica come la Commissione Europea: l’esatto contrario del progetto gollista di regionalizzazione del 1969. «Risulta perlomeno sorprendente vedere questa riforma trattata dal primo ministro come una semplice variabile di aggiustamento economico, mentre il suo obiettivo finale è la scomparsa dello Stato francese, e quindi della Repubblica francese, a vantaggio della burocrazia di Bruxelles (Unione Europea e Nato)», scrive Meyssan. Di fatto, «il cambio di governo non risponde al voto dei francesi», ma alle mire neo-coloniali dell’industria. «Questa politica ha una sua logica: in tempi di crisi, è impossibile aumentare lo sfruttamento della classe operaia, occorre cercarsi dei super-profitti all’estero, presso popoli che non hanno i mezzi per difendersi». Così, «il sangue continua a scorrere in Siria e in Africa, mentre la povertà continuerà a espandersi in Francia».François Hollande ha ricevuto all’Eliseo Peter Hartz, l’ex consigliere del cancelliere tedesco Gerhard Schröder: «L’ex direttore del personale della Volkswagen era stato condannato a due anni di prigione per aver corrotto i sindacalisti della sua impresa pagandoli con 2,6 milioni di euro in prostitute e viaggi esotici», scrive Thierry Meyssan. «Non è precisato se il presidente Hollande desideri seguire l’esempio di Peter Hartz fino alla sua quarta riforma, che limita a tre mesi la durata delle assicurazioni contro la disoccupazione». Per Meyssan, comunque, anche l’incontro con Hartz – insieme al nuovo governo di Manuel Valls, creato con l’alibi della débacle elettorale alle comunali – testimonia la volontà dell’Eliseo di puntare su un nuovo colonialismo per facilitare le grandi aziende francesi, sull’esempio del suo “maestro” Jules Ferry, che già a fine ‘800 difese gli interessi del grande capitale francese mentre sviluppava il colonialismo, forgiando gli insegnanti perché «formassero i giovani in modo che diventassero i soldati dell’espansione coloniale e della Prima Guerra Mondiale».