Morte dell’Italia: aziende svendute, messe ko dal lockdown
Si calcola che vi siano 250.000 aziende italiane, piccole e medie, tutte in difficoltà: tra qualche mese avrebbero convenienza a vendere la loro realtà a quelli per cui già lavorano e forniscono “pezzi” per grandi realizzazioni industriali. «Passeremmo così, nel giro di un trentennio circa, dalla “stagione delle privatizzazioni” alla “grande svendita”», avverte Gianluigi Da Rold. «È un disastro da evitare a tutti i costi». A questo punto, aggiunge Da Rold, gli Stati Generali non ricorderebbero neppure quelli del 1789, né quelli di Richelieu del 1650, ma quelli del 1302, «tenuti dal più catastrofico re dei Capetingi, Filippo IV, detto il “bello”, ma anche il simbolo dell’assolutismo più ignobile». In una ricognizione giornalistica sul “Sussidiario“, Da Rold – già storico inviato del “Corriere della Sera” – lancia l’allarme: se col passaggio dalla Prima alla Seconda Repubblica abbiamo svenduto l’hardware statale che fungeva da volano per l’economia, ora – di fronte all’inazione del governo Conte alle prese col disastro Covid – rischiamo di perdere anche il software, cioè il grande patrimonio nazionale rappresentato dalla manifattura di qualità: aziende che fanno gola al mercato, e che tra qualche mese potrebbero chiudere o essere cedute a prezzi di saldo.
L’Italia, ricorda Da Rold, aveva costruito una struttura industriale che si basava su circa 4.000 medie aziende internazionalizzate e di grande eccellenza di prodotto, che delineavano quello che economisti come Fulvio Coltorti, Giuseppe Berta e Franco Amatori soprannominarono “quarto capitalismo”, circondato da un arcipelago infinito di piccole e medie aziende legate al territorio, nate nei distretti che aveva individuato, già a fine Ottocento, il maestro di Keynes, Alfred Marshall. «Nei distretti – scrive Da Rold – si vedeva il radicamento territoriale, la concorrenza corretta e complementare, un concetto di impresa sociale che si inserisce e caratterizza una comunità, una ricerca di complessiva programmazione democratica che metteva quello sconfinato mondo imprenditoriale a contatto con uno Stato che dovrebbe valorizzare e favorire il suo tessuto produttivo». Ecco il punto: «Non si è mai compreso perché non sia mai stato favorito questo tessuto sociale ed economico, così creativo e importante, prettamente italiano e di grande eccellenza». Un vero e proprio motore economico, «mai veramente aiutato da una grande struttura bancaria adeguata», e neppure «protetto da una promozione statale di grande qualità, soprattutto sui problemi della burocratizzazione esasperata e di una pressione fiscale senza limiti».
«Più che una voglia di partnership programmatoria», di fronte a questo sviluppo impetuoso della piccola e media azienda italiana, cioè del “quarto capitalismo” nel suo complesso – osserva Da Rold – lo Stato, in tutte le sue forme, ha mostrato «il volto del sospetto per l’evasione, il “nero”, gli affari pochi puliti: come se non esistesse la magistratura, per tutto questo». Aggiunge il giornalista: «La ribellione che cova oggi nel mondo imprenditoriale, l’instabilità sociale, spesso la ribellione o la rivalsa, sono alla fine frutto di anni di diffidenza vissuta dai piccoli imprenditori sulla loro pelle». A tutto questo «si è aggiunta la pandemia, in uno dei tornanti più impervi della storia, che riserva inesorabili sorprese e ostacoli che vanno affrontati». Lo sforzo prodotto delle imprese italiane, prima «nel reggere alla crisi finanziaria del 2008» e poi «a un’assurda politica di austerità», viene oggi «stroncato da una delle grandi disgrazie mondiali ricorrenti», cioè una devastante pandemia come quella del Covid-19. «Trovare una soluzione a un simile problema non è di certo semplice», è vero, ma neppure impossibile, «come la storia delle nazioni ha sempre dimostrato in passato». Ma all’orizzonte non si vedono soluzioni: solo pericoli. «L’Italia può correre un grande rischio: quello di una progressiva deindustrializzazione e di una perdita di strategia produttiva e di sviluppo tra i paesi dell’Occidente».
Nell’ultimo trentenmio, a partire dal fatidico del 1992, «l’Italia è entrata in una classica “crisi”, che ha soprattutto i connotati del cambiamento traumatico e la necessità di delineare gli scenari del futuro». E’ possibile – ammette Da Rold – che la vecchia struttura italiana delle Partecipazioni Statali, dell’economia mista e dello Stato imprenditore avesse bisogno di un rinnovamento, ma il guaio è che lo smantellamento fu «ampio, improvviso e attuato secondo i criteri di una “svendita” piuttosto che di una oculata vendita». Parla da sola la disastrosa svendita del gruppo Iri, gestita da Prodi. Lapidario all’epoca il giudizio dell’ex primo ministro francese Edouard Balladour: «Gli italiani, nella loro follia moralizzatrice, stanno abbattendo tutte le loro querce più grandi». Difficile dargli torto, sottolinea Da Rold, visto «l’impoverimento di una intera classe dirigente» e il passaggio dalla Prima alla cosiddetta Seconda Repubblica «con la stagione delle privatizzazioni che, escludendo l’affare Telecom, portò 100 miliardi di euro nella casse dello Stato, non risolvendo affatto il problema del debito pubblico, coinvolgendo in un affare mal riuscito le banche d’affari anglo-americane e sguarnendo l’Italia di settori industriali di prim’ordine, di eccellenza e strategici».
Sulla “svendita”, aggiunge Da Rold, venne pure – in ritardo – un giudizio impietoso della Corte dei Conti nel 2007, alla vigilia della crisi più devastante «causata dalla finanza da casinò, e non dai debiti sovrani (che arrivarono dopo, a causa dei “buchi” bancari), come con nonchalance ripetono, forse per auto-convincersi, il senatore a vita Mario Monti e l’enigmatica signora Elsa Fornero». Eppure, sottolinea sempre Da Rold, l’Italia era ugualmente riuscita a reggere, ad ammortizzare l’impatto dei cambiamenti più traumatici, nonostante «la fuga dei grandi gruppi imprenditoriali, guidati dai “capitani di sventura” come li chiamava Marco Borsa, verso i più comodi paradisi fiscali», e nonostante «il disordine istituzionale, la costruzione incerta di un’Europa senza una costituzione e una politica comune», nel mare tempestoso di una globalizzazione «scandita secondo i ritmi imposti dalla grande finanza». Aveva ugualmente retto, il paese, «nonostante l’impoverimento e la crescita delle disuguaglianze». Ora, invece – senza un intervento decisivo dello Stato – si sta pericolosamente avvicinando il punto di non ritorno: la svendita definitiva della manifattura d’eccellenza, il cuore industriale del Made in Italy.
«È vero, ci si trova di fronte a problemi di liquidità impressionanti, dopo un periodo di lockdown». Siamo alle prese con «problemi sociali drammatici: c’è un’emergenza da affrontare e poi ci sono le scelte da tentare». Che fare? «Ci sono le ricette facili e sbrigative, compresa l’attesa passiva della catastrofe», scrive Da Rold. «Ma c’è pure la forza, in molti casi, o la tendenza a ricostruire e a ricominciare secondo criteri nuovi». L’Italia resta «un arcipelago di piccole e medie industrie: vale la pena di sorreggerle, aiutarle e arricchirle secondo criteri nuovi in tutti i settori, dall’organizzazione del lavoro, alla formazione, alla qualità e innovazione di prodotto». Da Rold vede un grande pericolo: «Quello dell’immobilismo e della mancanza di visione, in chiave politica». Beninteso: una politica «che o perde tempo o ama solo dividersi per contrasti oggi diventati pseudo-ideologici». Un altro francese, Alain Minc, già durante il ciclone Tangentopoli metteva in guardia gli italiani, parlando di «paesi stranieri avidi», non più di conquiste territoriali «ma di acquisto delle proprietà degli imprenditori». Ci siamo quasi: oggi, conclude Da Rold, sono a rischio «migliaia di piccole e medie aziende italiane, che sono l’indotto strategico per le più grandi imprese europee e in alcuni casi delle imprese di tutto il mondo».