Trump e il Muro: il lavoro viene prima del business parassita
Prove generali di protezionismo: una crepa nel muro della globalizzazione, che ha finora premiato le multinazionali “impunite”, libere di delocalizzare il lavoro moltiplicando i profitti a spese dell’occupazione nei paesi d’origine? Il problema, con Donald Trump, è che per abbattere quel muro se ne erige un altro, contro la mobilità dei migranti. E a pagare sono innanzitutto loro, i poveri, quelli del sud del mondo. Donald Trump appare duro, spietato. Ma quello che propone (anzi, impone) è un rovesciamento di valori: il lavoro viene prima del profitto. Ovvero: la Casa Bianca agevola il business delle multinazionali, tagliando le tasse, ma solo a patto che la grande industria torni a investire in patria, sanando la piaga della disoccupazione che ha devastato i lavoratori e impoverito la classe media. Scenari che il neopresidente Usa lascia intravedere da subito, con l’annuncio della barriera anti-immigrazione messicana finanziata con super-dazi per colpire le importazioni dal paese confinante. «Prima lezione: qui si fa sul serio», avverte Federico Rampini su “Repubblica”. «Arrivati al settimo giorno dell’era Trump, almeno una cosa dovremmo averla imparata. Lui fa quello che dice». Credevate fossero solo promesse elettorali? Errore: «Trump va preso addirittura alla lettera».
Prima vittima del neopresidente, i poveri emigranti: bloccati, a quanto pare, dall’estensione del Muro (che già esiste, per ampi tratti, lungo le frontiere di California e Texas). «E adesso arriva l’altra metà della promessa: lo pagheranno i messicani. Da oggi sappiamo pure il come: con un dazio del 20% sui prodotti che varcheranno la frontiera, ogni merce “made in Mexico” importata negli Stati Uniti». Due le domande, osserva Rampini. La prima: è lecito? Il Messico fa parte del trattato Nafta che istituì con Usa e Canada il mercato unico nordamericano nel 1994. Ma se un presidente Usa vuole recedere dall’accordo, gli basta annunciarlo con preavviso unilaterale di sei mesi. Seconda domanda: cosa può fare il Messico per difendersi? «Certo è sempre possibile immaginare una serie di ritorsioni e rappresaglie a cominciare da un analogo dazio sul “made in Usa”. Qui però entra in gioco l’evidente asimmetria: il Messico esporta sul mercato Usa più di quanto i vicini settentrionali riescano a vendere ai consumatori messicani».
L’asimmetria – che si traduce in un deficit commerciale visto dagli Stati Uniti – fa sì che nella guerra commerciale il Sud abbia molto più da perdere, scrive Rampini, secondo cui «l’unica vera incognita riguarda le multinazionali americane». Molte di loro, ricorda il giornalista, cominciarono a delocalizzare in Messico negli anni ‘90 per sfruttare i costi di produzione inferiori (soprattutto salariali) nelle cosiddette “maquiladoras”, stabilimenti che assemblano per riesportare negli Usa. Di fatto, quindi, «buona parte del commercio tra le due nazioni è in realtà commercio “interno” ad aziende transnazionali che hanno il quartier generale e gli azionisti negli Stati Uniti. Sono loro a trovarsi “prese in mezzo”, e di certo si muoveranno per ridurre i danni». Ai colossi dell’automobile, Trump ha già proposto un do ut des: voi la smettete di costruire fabbriche oltre confine, tornate a produrre negli Stati Uniti, e io in cambio vi riduco le tasse sui profitti e le regole anti-inquinamento.
«Vedremo se può proporre contropartite attraenti anche ad altri settori industriali», aggiunge Rampini, sapendo che, in ogni caso, «per le multinazionali Usa si pone il problema delle fabbriche già esistenti». Esempio: Ford può cancellare, come ha fatto, il progetto di costruirne una nuova in Messico, «ma su quelle che ha già, subirà la mannaia del superdazio, 20% di sovrapprezzo se prova a rivendere quelle Ford “messicane” ai suoi clienti americani». E’ un problema enorme, «che riguarda una lunga lista di aziende», le cui voci «ora è presumibile che si faranno sentire». Per la cronaca: è anche la prima volta, dopo almeno trent’anni, che un politico al vertice dell’Occidente antepone l’occupazione al super-reddito dell’élite, vincolandolo alla protezione sociale della comunità nazionale.
E’ il contrario esatto del dogma neoliberista spacciato per Vangelo da tutte le destre (e le sinistre) che si sono avvicendate, in apparente alternanza, al governo dei nostri paesi, “sbriciolati” proprio dal crollo della domanda interna (meno lavoro e quindi meno redditi e meno consumi, meno gettito fiscale e dunque più tasse e più debito) fino a gonfiare l’ondata di “populismo”, in cui è presente anche il rifiuto democratico dell’attuale gestione tecnocratico-finanziaria presentata come “inevitabile”, ad esempio nell’Europa del rigore “tedesco” imposto attraverso Bruxelles con la politica dell’euro. Quella di Donald Trump (“gli americani prima di tutto”) è una politica di assoluta rottura, di cui oggi l’inquilino della Casa Bianca si presenta come il nuovo campione mondiale. Un virus che potrebbe contagiare l’Unione Europea? Se si dovesse invertire anche da noi l’ordine delle priorità strategiche – il lavoro prima del business – è evidente che l’euro salterebbe: senza moneta sovrana e piena autonomia fiscale, nessun governo avrebbe la possibilità di incrementare, con investimenti e sgravi, la domanda interna, unica possibile soluzione per ridare fiato alle aziende, al lavoro, al paese.
Mah, posso sbagliarmi ma più vedo come si sta muovendo il Trump e più mi convinco che sia solo un ganassa, bauscia yankee, e me ne dolgo.
Continua ad aprire contenziosi all’interno ed all’esterno del Paese nella convinzione di poter sempre dire a chi gli si contrappone: you are fired, senza neppure prima verificare se può contare su una compagine coesa ed affiatata. Puoi cambiare i vertici ma se l’intendenza ti rimane ostile sei fottuto e il Trump sembra non capirlo. E’ un individuo troppo pieno di sè.
Abbiamo tre mesi fa scaricato una psicopatica per prendere a bordo uno stupido.
Ben diverso fu il comportamento del Putin quando prese le redini di una Russia disastrata come gli USA del Trump.
Post molto chiaro.
- Protezionismo o liberoscambismo il casino è servito. Contraddizioni strutturali di un capitalismo che, comunque tu la metta, non può fare a meno di un mercato internazionale, magari alla cinese: protezionismo in patria per sé, ma liberoscambismo per gli altri (cf. forum di Davos… quel “furbone” del premier cinese!).
- Si potrebbe ipotizzare che le multinazionali americane smettano di produrre in Messico, mettendo sul lastrico la popolazione messicana. A quel punto gli americani produrrebbero in patria per sé, senza potere esportare in Messico, che applicherebbe ovvie ritorsioni. Ma la capacità produttiva americana è stata messa in moto per un mercato planetario, non locale. Dunque molte fabbriche dovrebbero chiudere o ridurre, per limitatezza di mercati, con conseguente dis- e sotto-occupazione anche lì. Questo modellino di relazioni bilaterali è puramente astratto, ma vi è tratteggiata la tendenza di fondo, radicale, della crisi strutturale del capitalismo avanzato, le cui possibilità produttive già superano le possibilità di assorbimento di qualsiasi mercato (che funzioni capitalisticamente, cioè secondo la logica del profitto)… Dunque sempre più beni in POTENZIALE circolazione globale, e sempre meno gente che sarà in grado, ovunque, di conseguirne un ATTUALE possesso.
Anche a noi servirebbero personaggi trumpeggianti. In questo momento storico, è inutile pensare al mondo, fermiamoci all Italia.
Via dall euro
Via dalla UE
Ricostruzione dell industria
Un esercito degno del nome.
Più nazione negli acquisti e nei servizi. (Compriamo Italiano, quelllo vero, anche se potrebbe essere meno “eccellente”.
Investimenti (statali) nell istruzione di qualsiasi grado, nelle infrastrutture, nella sanità, welfare.
Muro contro gli immigrazione ( non possiamo ancora passare per fessi verso la UE e dare soldi alla coop dell amico di turno). 200 milaeuro per 15 immigrati (il fatto quotidiano).
Intervento statale possente inizialmente stile IRI del dopoguerra.
Altrimenti.
Come sempre una guerra (civile o non) resettera il gioco. Io, nel frattempo mi sto preparando.
Saluti
Sintesi finale (ipotetica): la classica crisi di sovrapproduzione che si risolverà in sottoconsumo. E a quel punto bum!!! Ci saranno le condizioni ideali perché sia servito un mondo orwelliano.