Svalutazione, i miracoli dell’export e la catastrofe euro
In un mondo globalizzato, la svalutazione competitiva – invocata e impugnata da molti no-euro – non sarebbe più un toccasana, sostengono i bocconiani Carlo Altomonte e Tommaso Sonno, in un intervento su “La Voce”, ripreso da “Megachip”. La loro critica alla “svalutazione facile” si concentra però su un solo aspetto dell’economia, e cioè l’export, trascurando totalmente il problema più acuto della presente crisi economico-finanziaria, ovvero l’attacco storico allo Stato, ricattato dalla finanza mondiale e dalla moneta “privatizzata” che trasforma in un incubo il peso del debito pubblico. Molti economisti, sia i “sovranisti” keynesiani che i fautori della riconversione sostenibile dell’economia, insistono infatti sulla fragilità strutturale di un sistema economico neoliberista fondato sulle esportazioni, a cui sarebbe necessario contrapporre un sistema alternativo, nazionale, più ecologico, fondato sulla domanda interna e sulla filiera corta, l’economia sociale dei territori.
Nel loro lungo intervento, nel quale si elencano i presunti rischi dell’uscita dalla camicia di forza della moneta unica governata dalla Bce su input della Bundesbank, Sonno e Altomonte dimostrano che «l’Italia esporta beni “direttamente” alla Germania, ma “indirettamente” esporta componenti che entrano in prodotti che poi la Germania vende agli Usa». Oggi, aggiungono i due analisti, l’80% del commercio internazionale di beni avviene attraverso le catene globali del valore: «Mentre uscire da una “value chain” è facile, entrarci è difficile, perché i costi fissi di chi importa input sono alti, l’efficienza richiesta a chi esporta è elevata e, in generale, prima di modificare la struttura di una catena del valore ci si pensa seriamente». Rilevanti, inoltre, «i ritardi strutturali dell’economia italiana, con un sistema di imprese ancora in parte piccolo, sottocapitalizzato e meno efficiente rispetto ai concorrenti internazionali».
Sempre riguardo all’export, «agli occhi americani tutto quello che conta è il prezzo dei beni tedeschi, che a quel punto dipenderà dalla competitività delle imprese tedesche (che noi non controlliamo) e dal tasso di cambio euro tedesco-dollaro, che oggi in parte controlliamo attraverso la Bce, ma che domani, uscendo dall’euro, non controlleremmo più». Con una svalutazione della nuova lira, aggiungono Altomonte e Sonno, se decidessero di non modificare i loro prezzi, «le imprese tedesche pagherebbero sicuramente meno la stessa quantità di beni italiani, facendo profitti maggiori, senza che per questo le imprese italiane vendano di più alla Germania, poiché la domanda americana dei prodotti tedeschi non varia». In compenso «le aziende italiane, senza vendere di più, pagherebbero comunque di più le importazioni di materie prime comunque necessarie per produrre gli input da vendere alla Germania».
Questa è la ragione che spinge i due analisti della Bocconi a sostenere che «un’uscita dell’Italia dall’euro rischia di avere come risultato profitti che salgono in Germania e che scendono in Italia». La colpa dei no-euro dell’ultima ora? «Guardare al mondo di oggi con gli strumenti analitici del secolo scorso». Se è vero però che i vantaggi della moneta sovrana per le esportazioni potrebbero essere effimeri, sono invece catastroficamente palesi tutti gli svantaggi dell’euro per l’economia nazionale complessiva, la tenuta dello Stato, il governo democratico delle istituzioni. E a proposito di storia, bisogna risalire non al secolo scorso, ma al medioevo feudale, per rilevare un analogo dispositivo di potere, così verticistico, elitario e oligarchico. La politica dell’euro di fatto amputa lo Stato nelle sue prerogative costituzionali (investire, a deficit, per i cittadini) e gli toglie il portafoglio con cui far fronte al debito pubblico e alla spesa sociale. Ne sono diretta conseguenza la contrazione del credito, la chiusura di centomila aziende all’anno, la super-tassazione, la disoccupazione record. In altre parole: l’unica certezza è che, se resta nell’euro, l’Italia non ha scampo. E secondo il sociologo Luciano Gallino, un’economia fatta di solo export – cioè di salari sempre più magri, per riuscire a competere nella fabbrica-mondo – farà finire a gambe all’aria anche la Germania.
A me pare strano che con l’uscita dall’euro è solo l’italia a rimetterci (paese con molta storia
alle spalle non paragonabile neanche acon il 5% con la cina…) perchè quando dobbiamo vendere
bisogna essere competitivi( al prezzo più basso) ma quando dobbiamo acquistare gli altri ci impongono
dei prezzi per noi non competitivi (al prezzo più basso) , però in italia siamo sessanta milioni di potenziali clienti
che magari le grandi multinazionali snobbano e all’ora io penso di fregarcene del resto del mondo
e cominciare a pensare solo a noi stessi.
Saluti.