Giannuli: dietro al Cavaliere c’era Andreotti, non Craxi
Berlusconi “figlio” di Craxi? No, di Giulio Andreotti. Basta vedere le «evidenti somiglianze» tra la “conglomerata del potere” andreottiana e quella successiva, berlusconiana: «La stessa formula, gli stessi avversari, la stessa collocazione di centrodestra, le stesse “amicizie pericolose”, gli stessi alleati vaticani, lo stesso inossidabile atlantismo», benché «venato di amicizie moscovite e tripoline». Non mancano i punti di contatto: dall’intreccio della Banca Rasini alla vicinanza di entrambi con la P2, fino alla presenza di uomini come Luigi Bisignani prima a fianco dell’uno, poi nella sfera d’azione dell’altro. A mettere a fuoco questa tesi è l’ultima edizione del libro di Aldo Giannuli sul “Noto Servizio”, l’intelligence-ombra di cui Andreotti si servì per tutta la durata della sua lunghissima stagione di potere.
«Ho cercato di tracciare un bilancio della storia politica di Giulio Andreotti, sottolineando, grazie anche a nuovi documenti, il rapporto profondo che esiste tra Andreotti e Berlusconi, a differenza della vulgata dominante che vorrebbe le fortune del cavaliere legate a doppio filo a Bettino Craxi», spiega Giannuli nel suo blog, presentando il libro fresco di stampa. Obiettivo del saggio: «Fornire spunti nuovi, originali ma ampiamente documentati, per comprendere il sistema di potere berlusconiano» e il suo «legame inscindibile» con quello andreottiano. Filo conduttore, il ruolo-chiave di Andreotti nei retroscena italiani fin dall’istituzione dei servizi segreti. Ma attenzione: certe letture troppo “lineari” suggeriscono l’immagine del “grande burattinaio” della Prima Repubblica, e del misterioso “Noto Servizio” ridotto a docile strumento nelle sue mani.
La realtà è più complessa, avverte Giannuli, che di Andreotti ha indagato l’ambiguo rapporto con l’Urss e il mondo arabo («in genere rapporti accennati, marginalizzati, messi in ombra») e il suo coinvolgimento negli scontri interni alla finanza. Proprio il controllo del mondo finanziario, a torto ritenuto un aspetto trascurabile, ebbe invece «grande rilevanza anche nel determinare i rapporti di forza», per i quali Andreotti si valse pienamente del “Noto Servizio”, la sua struttura di intelligence. Complotti, certo, ma senza dimenticare che «la storia di questo sessantennio è stata (paradossalmente) anche la storia di uno dei paesi più liberi del mondo, di una delle democrazie più partecipate, di un vivace sviluppo culturale, artistico e scientifico, di una grande vitalità economica». Nel suo “lato oscuro” non si esaurisce certo la nostra storia, anche se l’indagine aiuta ad approfondire verità nascoste.
Fondamentale, il ruolo della corrente andreottiana: un “unicum” nella Dc, «in particolare per quell’intreccio di poteri che all’asse politico-finanziario legava il tentativo di controllare i media e servirsi dell’intelligence per perseguire i suoi scopi». Sullo sfondo, continua Giannuli, ci sono fenomeni di vasta portata economica, sociale e politica, che hanno determinato la nascita di un polo di interessi «di cui la corrente andreottiana fu uno degli snodi più importanti, ma non l’unico». All’origine del patto repubblicano tra la componente cattolica e quella laica, ci fu una partizione “incrociata”: ai cattolici spettava il primo piano della politica ma solo la finanza di raccolta, mentre ai laici toccava la grande finanza d’affari, ma solo il secondo piano della politica. Peccato però che già dai primi anni ‘60, attraverso lo Ior, la finanza cattolica «era in grado di muovere e orientare grandi masse di capitali che bussavano alla porta della grande finanza d’affari. E ancor più – aggiunge Giannuli – questo accadde con il formarsi delle ingenti fortune finanziarie di mafia», propiziate dal narcotraffico e decise a scegliere «proprio quel canale» per accedere alla capitalizzazione.
Parallelamente, il cono d’ombra della Guerra Fredda proteggeva il formarsi di molte fortune di origine corruttiva, al pari di molte carriere propiziate dal clima della “strategia della tensione”. «Inevitabile il confluire di questi interessi in un blocco autonomo, che ebbe nella P2 la sua camera di compensazione e nel milieu andreottiano il suo cuore politico e la sua articolazione strategica». Andreotti operò al fianco di Nino Rovelli e Michele Sindona e, attraverso banche come la Commerciale di Lugano e la Rasini di Milano, diede l’assalto alla Montedison e a Mediobanca. Poi sarà impegnato con Roberto Calvi e probabilmente avrà un ruolo anche nella formazione di Capitalia di Cesare Geronzi, fino alla fusione di questa con Unicredit, «quando le lotte interne alla finanza si ponevano in termini diversi dall’antico antagonismo fra laici e cattolici e la Dc era solo un ricordo».
Pur essendo cambiato nel tempo, continua Giannuli, quel blocco di interessi era rimasto pur sempre l’antico avversario del polo dei soci storici di Mediobanca, cioè quello che nel suo momento migliore si era stretto intorno all’asse Cuccia-Agnelli e, più tardi, «aveva trovato una sua nuova espressione che rinnovava quella commistione politico-finanziaria-mediatica in Silvio Berlusconi». Secondo Florio Fiorini, ex manager dell’Eni che amava definirsi “corsaro della finanza”, «Berlusconi è da una parte un prodotto della Banca Rasini e dall’altra della Banca Popolare di Novara: queste due banche, oltre che vicine al Vaticano, erano vicine al potere politico, ad Andreotti ed anche a Craxi». Per Fiorini, «se qualcuno è intervenuto a favore di Berlusconi per fargli avere dei finanziamenti, questi sono Andreotti e Craxi».
Anche sulla base di questo si è formata la vulgata che vede nel Cavaliere l’erede politico di Craxi. In realtà, osserva Giannuli, i due incrociarono le loro strade solo per un breve periodo, negli anni ’80, per la questione della legge sull’emittenza: appoggiato da Craxi, Berlusconi non fu certo generoso col leader del Psi, tartassato dai telegiornali berlusconiani durante la tempesta di Mani Pulite. «Ben più duraturo, profondo e costante è stato invece il rapporto con Andreotti», anche per l’avventura televisiva del Cavaliere. Lo stesso Fiorini ritiene che Berlusconi, prima di comperare le televisioni, sia andato da Andreotti e gli abbia chiesto un consiglio politico. Andreotti gli avrebbe risposto: «Io, fossi in lei, lo farei. Nessuna copertura politica ufficiale, però lo farei».
Questo, aggiunge Fiorini, significava che la strategia di Andreotti era quella di creare una nuova forza che si contrapponesse, al nord, alla finanza laica di Mediobanca. Berlusconi incoraggiato segretamente dal Divo Giulio? «Andreotti non fu solo il tattico che spesso si descrive: fu il creatore di un sistema di potere e, in questo senso, uno stratega». Secondo Giannuli, ebbe torto Moro a dire che di Andreotti non sarebbe rimasto nulla e che non sarebbe mai passato alla storia ma solo alla “triste cronaca”: «L’andreottismo fu l’espressione politica di una particolare articolazione delle nostre classi dominanti, che ha prodotti frutti che durano ancora oggi».
(Il libro: Aldo Giannuli, “Il Noto Servizio. Le spie di Giulio Andreotti”, Castelvecchi, 384 pagine, 22 euro).