Zizek: se il vero potere ride delle nostre innocue proteste
Scritto il 01/5/12 • nella Categoria:
idee
Giù la maschera: il vero nemico ha un nome antico, e si fa beffe delle leggi e dei nostri Stati democratici, sempre più deboli e “infiltrati” dal super-potere. E’ normale: la sovranità nazionale è limitata dai confini geografici, mentre il capitale è mobilissimo, sfuggente e, all’occorrenza, micidiale. Proprio quello che sta accadendo in paesi come Italia rivela l’autentica natura del dominio mondiale: i cittadini non contano più niente e sono ridotti all’impotenza dal “governo dei banchieri”. Man mano che la trama del film horror si è delineata, è scattata la protesta popolare, dalla “primavera araba” fino al cuore dell’impero, Wall Street. Ma non basta: serve un vero programma radicale, dice il filosofo Slavoj Zizek, che cita la risposta di Lacan ai giovani del ’68 francese: «Ciò a cui aspirate come rivoluzionari è un nuovo padrone. Ne otterrete uno».
In un intervento sul “Guardian”, ripreso in Italia dal blog “Come Don Chisciotte”, Zizek avverte: non serve a niente “occupare” Wall Street, se poi non ci sono idee su come agire, in concreto, per liberare l’umanità dalla nuova schiavitù nella quale sta precipitando. «Le prime due cose che dovrebbero essere proibite – afferma il filosofo sloveno – sono la critica alla corruzione e la critica al capitalismo finanziario», perché «il problema non è la corruzione o l’avidità», ma «il sistema che spinge ad essere corrotti». La soluzione? «Non è né Main Street né Wall Street, ma cambiare il sistema dove Main Street non può funzionare senza Wall Street». E attenti: gli opinion leader più vicini al potere – persino i consiglieri del Vaticano – si affrettano a dire che la nostra «non è la crisi del capitalismo, ma la crisi della moralità», come se la “devianza” fosse un “peccato” nel quale può cadere il singolo individuo.
Il rischio più grande, per gli attuali “indignados” di mezzo mondo, è «la tentazione del narcisismo delle cause perse, dell’ammirazione della bellezza sublime delle rivolte destinate a fallire», e ad essere rimpiazzate – il giorno dopo – da un “nuovo ordine” ben più autoritario. «Abbiamo avuto il primo assaggio dei nuovi padroni in Grecia e Italia, e la Spagna che probabilmente seguirà. Come se ironicamente per rispondere alla mancanza di avanzati programmi da parte dei manifestanti, la tendenza sia ora sostituire i politici al potere con un governo “neutrale” di tecnocrati depoliticizzati (per lo più banchieri, come in Grecia e Italia). I “politici” colorati sono fuori, i grigi esperti dentro. Questa tendenza si sta chiaramente muovendo verso uno stato di emergenza permanente e verso la sospensione della democrazia politica». Non basta respingere il “rigore” dei tecnocrati come «la forma più spietata di ideologia», occorre pensare a come riorganizzare, seriamente, la nostra vita di cittadini e lavoratori, senza più sottostare al ricatto economico dello sfruttamento.
E i manifestanti, aggiunge Zizek, devono anche imparare a guardarsi dai falsi amici: un abbraccio mortale, come quello del “clinch” che avvolge e soffoca l’energia del boxeur più scatenato, neutralizzandone i pugni. «La reazione di Bill Clinton alle proteste di Wall Street è un perfetto caso di “clinch politico”: Clinton crede che le proteste siano “tutto sommato… una cosa positiva”, ma è preoccupato riguardo alla poca chiarezza della causa». Sicché, l’ex presidente ha suggerito ai manifestanti di star dietro al piano di lavoro di Obama: l’ideale, per annullare la carica ribelle della protesta. «Ciò a cui si dovrebbe resistere in questa fase – dice Zizek – è proprio ad una rapida traduzione di energie della protesta in una serie di pragmatiche esigenze “concrete”». La protesta smaschera il potere, proclama che “il re è nudo” e spalanca un vuoto: che va assolutamente riempito, e in fretta, con «un’apertura verso il vero Nuovo», capace di superare il marketing stesso della protesta.
Perché i manifestanti sono scesi in piazza, da Madrid a Londra fino a New York? Perché ne avevano abbastanza di piccole consolazioni, come «riciclare le lattine di Coca Cola, dare un paio di dollari per carità o comprare un caffè da Starbucks dove l’1% è destinato ai problemi del Terzo Mondo». Giusto, ma insufficiente: «La globalizzazione economica sta gradualmente ma inesorabilmente minando alla legittimità delle democrazie occidentali. A causa del loro carattere internazionale, i grandi processi economici non possono essere controllati dai meccanismi democratici che sono, per definizione, limitati allo Stato-nazione. In questo modo, le persone sperimentano che le forme democratiche istituzionali sono incapaci di catturare i loro interessi vitali». L’aveva intuito lo stesso Marx: se si vuole un miglioramento effettivo, quello che serve non è una riforma politica, ma un cambiamento nei rapporti sociali di produzione. Più democrazia? Può non bastare, se il sistema resta quello che «garantisce il funzionamento indisturbato della riproduzione capitalistica».
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