La fine di Bossi, la Resistenza e i tecnocrati del tricolore
Scritto il 06/4/12 • nella Categoria:
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Correva l’anno 1997, il comandante partigiano era calabrese ma la sua divisione aveva difeso dai nazifascisti le montagne del Piemonte, intorno alla valle di Susa. Era una piccola armata mista, fatta di piemontesi e di “terroni” come il primo organizzatore dei ribelli, l’alpino abruzzese che li aveva raggruppati in montagna dopo l’8 settembre del ’43. Allora, i nemici che avevano di fronte erano due: fascisti e tedeschi. Ma quel giorno del ’97, il nemico divenne uno solo: l’esercito nazista. Le brigate nere furono semplicemente cancellate dalla memoria ufficiale. Italiani-contro? Guerra civile? Niente: colpo di spugna. Una storia troppo pericolosa da ricordare, dato che nell’aria spirava un altro “vento del Nord”, quello della secessione leghista. Meglio dunque fingere che la Resistenza fosse stata solo una guerra patriottica. Peccato che il massimo cerimoniere della mistificazione fosse nientemeno che l’uomo del Colle, il presidente della Repubblica.
Un cerimoniale solenne: i saluti di Oscar Luigi Scalfaro, le medaglie al valore, il silenzio compunto di Piero Fassino – allora sottosegretario agli esteri – e le note dell’Inno di Mameli riproposte a distesa, all’infinito, per tutta la durata della ridondante liturgia tricolore: teoricamente organizzata come omaggio (tardivo) ai combattenti antifascisti, ma in pratica dedicata interamente alla sfida politica lanciata dai barbari “lumbard”. E loro, i partigiani? L’Unità d’Italia l’avevano fatta davvero, combattendo insieme sui monti – da piemontesi, da siciliani: da italiani. Ma quel giorno furono costretti a fingere di essere sopravvissuti a tutt’un’altra Storia, popolata di soli nemici tedeschi. Masticando amaro, per aggirare lo sconcertante divieto imposto dal Quirinale, l’anziano comandante Giulio Nicoletta – originario di Crotone – davanti al sacrario partigiano di Forno di Coazze ricorse a una formula complicata, per spiegare l’avventura storica dei suoi uomini; avevano rischiato la pelle e dato la vita per combattere contro due distinte categorie di avversari: i nazisti occupanti, certo, ma anche i loro “àscari italiani”, due volte colpevoli perché traditori della patria.
Gremitissime, in quella occasione, le piazze delle valli. E foltissima anche la rappresentanza dei leghisti piemontesi – ancora incerti, all’epoca, se riconoscersi definitivamente “padani” come voleva la retorica del Capo o semplicemente italiani “incazzati” contro “Roma ladrona”. Nell’aria c’era ancora il terremoto di Tangentopoli che aveva appena disarcionato i padreterni di cinquant’anni di politica corrotta e subalterna, mentre non s’era ancora spenta l’eco spaventosa della bombe mafiose che avevano cancellato uomini come Falcone e Borsellino. Il Capo dei Barbari aveva sfoderato contro il “regime della partitocrazia” un’impudenza inaudita da villano? Tutto si potevano aspettare, i ruspanti leghisti piemontesi, fuorché una tale paura da parte del massimo rappresentante dello Stato: pronto persino a distorcere la Storia, sacrificando la memoria degli eroi della Resistenza, pur di riscrivere – a modo suo – la genesi dell’ultima guerra italiana d’indipendenza da cui nacque la democrazia di De Gasperi e Ferruccio Parri, di Nenni e di Togliatti.
Quasi metà dei militanti piemontesi della Lega Nord proveniva dalla sinistra: erano elettori del vecchio Pci, operai e impiegati, affascinati dalla carica etica di Enrico Berlinguer e dalla sua promessa di giustizia moralizzatrice. Scomparso Berlinguer, avevano cambiato bandiera per stanchezza, delusi dall’immobile palude romana. E avevano seguito con fede quasi religiosa il Capo dei Barbari, che – tra l’altro – aveva appena mandato a gambe all’aria il primo governo Berlusconi, col leggendario “ribaltone” che aveva detronizzato il Cavaliere pochi mesi dopo la sua roboante “discesa in campo”. C’era da fidarsi, del Capo? Che fosse un autocrate in odore di stalinismo non c’erano dubbi: lo sperimentarono centinaia di militanti e dirigenti piemontesi, cacciati dal partito come fastidiosi indesiderati, solo per aver firmato un documento che chiedeva maggiore democrazia interna. Anno dopo anno, la musica non è cambiata: il leader non ha fatto che arroccarsi, attorno alla corte berlusconiana con le sue “leggi ad personam”, fino al triste epilogo – anche giudiziario – del “cerchio magico”.
La Lega, ricorda Ezio Mauro su “Repubblica” il 6 aprile 2012, all’indomani della storica caduta del leader, è il più vecchio partito italiano, nato nell’agonia pentapartitica della prima repubblica, sopravvissuto e cresciuto nella bufera di Tangentopoli che ha cambiato per sempre la geografia politica. Poi alleata «con l’altro figlio legittimo della prima repubblica, quel Berlusconi protetto dal Caf, abile più di tutti a infilarsi nella breccia aperta da Mani Pulite nel muro del sistema, e a ereditarne il comando come presunto uomo nuovo, esterno ed estraneo». Nel definire il fenomeno leghista, Mauro parla di un «mix populista di potenza economico-finanziaria e paganesimo localista», di «cesarismo carismatico e telematico», con «fazzoletti verdi agitati nel perimetro padano, eccitato dal federalismo alla secessione, fino alla xenofobia».
La verità è che la Lega non c’era più da tempo, aggiunge il direttore di “Repubblica”, e oggi ciò che ne resta affonda insieme con Bossi, il “capo barbaro” che agli inizi «aveva un istinto politico fortissimo, un linguaggio basico dunque nuovo nella sua spregiudicatezza, un legame istintivo coi militanti, una pratica politica di estraneità al sistema politico declinante, dunque anche ai suoi vizi». Poi: «La prima auto blu ha trasformato Bossi. La malattia ha fatto il resto, depotenziando il vigore di un leader in cui la fisicità (metaforizzata come virilità politica) era icona del comando, testimonianza di una ribellione perenne, conferma di una irriducibilità permanente». Negli ultimi anni, il “cerchio magico” ha impedito che l’autonomia perduta dal Capo venisse recuperata ed esercitata dal partito, tenuto in minorità permanente, costretto a ricevere e ad ascoltare dai sacerdoti del “cerchio” la traduzione delle parole d’ordine del Capo, elevato (in realtà ridotto) da leader a totem, simbolo indebolito di se stesso. «Il punto è che il “cerchio magico” si è impadronito della malattia del Segretario», cercando di perpetuarne l’immobilismo totemico.
L’atto finale del declino di Bossi arriva per via giudiziaria, nemesi perfetta dalla dirompente ascesa di tanti anni addietro. Esattamente come allora, il potere centrale è delegato a un anonimo governo “tecnico”, di cui la Lega Nord è fieramente all’opposizione. Il sociologo Marco Revelli, tenace avversario della deriva xenofoba dell’ultima stagione leghista, avvertì l’opinione pubblica all’indomani della “valanga” elettorale del Carroccio alle regionali del 2010: l’elettore medio della Lega vede rappresentata la propria paura della globalizzazione selvaggia, a cui i partiti principali non sanno dare risposte. E’ l’Italia spaurita dei territori, la confederazione delle campagne, i ceti popolari impauriti che si vedono scavalcati da poteri forti e non sindacabili, sempre pronti a ordinare operazioni colossali e oscure, come insegna il caso della Torino-Lione e la ribellione della valle di Susa. L’Europa misteriosa dei tecnocrati, i dikat della Bce? I leghisti piemontesi che assistettero quindici anni fa alla surreale parata tricolore celebrata da Scalfaro hanno potuto godersi nel 2011 le repliche offerte da Giorgio Napolitano, il king-maker di Mario Monti. Con la differenza che i vecchi comandanti partigiani non ci sono più. E ora, non c’è più neppure l’ammaccato Capo dei Barbari.
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molto bene…sicuramente la lega sarebbe l’unica che avrebbe preso dei voti alle elezioni del 2013 dalle mie parti… ogni volta che compare uno scandalo del genere si capisce che aspettavano il momento giusto per farlo fuori. (sicuramente bossi se li sara intascati quei fondi del partito.) Cmq si è solo dimesso da segretario della Lega Nord, ma è ancora deputato della Reppublica.
il governo monti e gli altri partiti hanno dovuto tagliare le gambe all’ unico partito che avrebbe presso dei voti…molto bn grazie a questo ci sara ancora più gente che non andra a votare.
quindi Bossi come berlusconi è ancora dietro alle quinte del governo e non se nè anranno mai…
sicuramente Monti sa che il 2012 e il 2013 saranno gli anni più brutti per l’ italia. grazie a lui il paese vera completamente impoverito…e allora per paura di perdere consensi a voluto far perdere consensi a tutti i partiti…
dai forza boiccotiamoli tutti e mandiamoli a casa…ora mai il paese ha i giorni contati…
quando capirete che non cè più tempo il paese è in recessione dagli anni ‘90 questa fase agonizzante non puo più durare il mondo ci tagliera fuori.
- …. e un rutto lo seppellirà –
Malgrado tutta la storia politica passata e recente abbia dimostrato e dimostri, oltre ogni dubbio, che la prolungata presenza al potere degeneri sempre in forma di dittatura, che trasforma rivoluzionari in moderati, comunisti in monarchici, e che il potere politico dia più dipendenza delle droghe pesanti, ebbene l’umanità non riesce ad evolversi e continua ad invocare capi carismatici, caudilli, unti del Signore, uomini forti.
Purtroppo la “Storia si ripete” e tutti coloro che hanno voce: filosofi, preti, studiosi, quelli che spaccano in quattro un capello e ci spiegano come dobbiamo comportarci nella vita, si guardano bene dall’invocare regole nuove, quelle che trasformano i sudditi in cittadini, perché perderebbero il loro ruolo, profumatamente pagato, di complicare le cose semplici allo scopo di lasciare inalterato il potere delle gerarchie economiche e perpetuare la divisione di classe.
Eppure non sembra difficile stabilire che ogni carica elettiva, dal condominio al capo del governo, fino alle segreterie dei partiti, debba categoricamente avere un termine preciso, due mandati al massimo di 4 anni, e poi l’ineleggibilità deve essere assoluta, anche se si è dimostrato di essere degli ottimi amministratori della cosa pubblica.
Se in Italia oggi ci ritroviamo una classe dirigente vecchia e corrotta, né di destra né di sinistra, ma consociativa al centro, che si è spartita tutto, dalla RAI alle nomine delle ASL, dai presidenti dei teatri lirici agli appalti pubblici, che ha sistemato figli e parenti nei posti migliori, che oggi decide anche le nomine dei candidati in Parlamento dopo averci tolto il potere di esprimere preferenze, il motivo è senza dubbio la lunghissima permanenza al potere che finisce per trasformare anche le persone migliori, e mai in meglio.
Se appartenesse al senso comune la convinzione che la politica non è un mestiere, ma un servizio che le persone migliori di una nazione rendono al loro paese, dopo essersi distinte nella propria attività di lavoro o di presenza nel sociale, che ciò può durare solo due legislature e poi ognuno torna al proprio lavoro, e che non si ha diritto ad alcun vitalizio, ma solo ai contributi normalmente versati nella propria professione, ecco che come per magia scomparirebbero tutti quei mediocri che si buttano in politica per avere un lavoro e una pensione e venderebbero la madre pur di rimanere a vita nel giro della CASTA.
Sono “REGOLE” che non costano niente e potrebbero scardinare convinzioni stupide e masochiste che fabbricano sudditi e seminano scetticismo, fatalismo, rassegnazione.
Sicuramente ci avrebbero liberato da 20 anni di Berlusconismo e Bossismo, dalla loro decadenza fisica e morale, che ha bloccato l’Italia in una negazione della crisi, di cui questi personaggi, profondamente ignoranti non avevano compreso né la natura né la medicina da usare.
Paolo De Gregorio