Crisi Usa: se il pericolo ora è la Cina, Osama non serve più
Partiamo da questo assunto: Bin Laden era effettivamente un nemico degli Usa e non un “agente della Cia”, come molti sospettano. Diversamente non si spiegherebbe una guerra durata 10 anni: se Osama era un agente americano, vuol dire che anche il Mullah Omar lo era, perchè sarebbe stato impensabile che uno ignorasse chi era l’altro. D’altra parte Al Quaeda ha combattuto in sintonia con i talebani. Ma, allora, se gli americani avessero avuto dalla loro Osama e magari anche Omar, la guerra sarebbe durata molto meno, sarebbe costata meno morti e, cosa più importante per gli americani, meno dollari, perchè ci avrebbero pensato i loro agenti a portare al disastro la guerriglia afghana. Dunque, era effettivamente un nemico, ma un “nemico funzionale”.
Non sempre i nemici sono nemici assoluti e non sempre si combatte per debellarli: ad esempio, un nemico può avere la funzione di garantire una polarizzazione più gradita di altre e la sua eliminazione potrebbe portare ad una riaggregazione più pericolosa del fronte avversario. Oppure un nemico di oggi può diventare un alleato domani, o può legittimare una guerra che ha altri obiettivi oltre quelli dichiarati, ecc.Osama, per molti versi era esattamente questo: forniva un nuovo nemico (il terrorismo fondamentalista islamico) in sostituzione di quello sovietico, consentendo di mantenere unita l’alleanza Nato; legittimava il “conflitto di civiltà” teorizzato da Huntington come nuovo principio base del sistema internazionale; faceva identificare l’Islam come nemico principale, nello stesso tempo congelandolo in una dimensione fondamentalista che era il miglior vaccino contro pruriti democratici delle masse arabe, iraniane, pakistane, indonesiane, ecc; dava anche un nemico più identificabile e “trattabile” che non la galassia dei gruppi salafiti e simili; la sua esistenza in vita forniva la legittimazione per la permanenza delle truppe americane in Afghanistan, nel cuore dello spazio strategico sino-russo.
Dunque c’erano molti motivi che rendevano auspicabile la sua sopravvivenza, per cui è plausibile che gli americani sapessero perfettamente dove era, ma si guardassero bene dall’intervenire, lasciando al servizio pakistano l’incombenza di gestire questo rapporto assai ambiguo. E questo spiega anche perchè Osama –che non era scemo ed aveva capito perfettamente l’equilibrio di forze che si era stabilito- era così sicuro di sè, come si abbiamo detto. Però non aveva capito che le cose avevano iniziato a cambiare dal 2008 ed erano precipitate nel 2010.
Lo schema di Huntington rispondeva ad un disegno imperiale americano (“Per un nuovo secolo americano”) basato sull’idea di un durevole ordine mondiale monopolare. Un divide et impera che aveva anche bisogno di “nemici funzionali” a far passare ogni velleità autonomistica agli europei ed, insieme, contenere durevolmente cinesi, russi, indiani la cui ascesa avrebbe dovuto essere ben più lenta. Poi è venuto il 2008: la crisi finanziaria ha rivelato la debolezza dell’Impero che, peraltro, non aveva ancora concluso nè la guerra in Afghanistan nè quella in Iraq. La crisi georgiana rivelava una Russia molto più determinata del previsto e cresciuta assai più in fretta di quanto non si pensasse. E le Olimpiadi di Pechino rendevano evidente a tutti che la Cina era almeno 15 anni avanti sul ruolino di marcia.
L’elezione di Obama portava ad abbandonare -almeno momentaneamente- il disegno monopolare, ridimensionandolo e, da questo, veniva fuori la proposta del “G2”, un asse strategico sino-americano che avrebbe reso tutti gli altri ininfluenti sia sul piano economico che su quello politico ed ancor più militare. Ma la Cina ha orientamenti diversi di politica internazionale e punta ad un ordine mondiale pluralistico e policentrico. I cinesi sanno bene che il socio che ha il 49% delle azioni, in una società in cui l’altro ha il 51% non conta molto; mentre lo stesso soggetto, con il 20% delle azioni, ha ben altra possibilità di manovra in una società in cui ci siano 20 soci e nessuno superi il 25%. Non meraviglierebbe affatto sapere che i dirigenti di Pechino abbiano a lungo studiato la politica estera iniziale di Bismarck. Comunque, è evidente che il G20 interessa alla Cina molto di più del G2. Anche perchè l’altro socio del potenziale sodalizio a due non manifestava alcuna ragionevolezza in materia valutaria e commerciale.
L’idillio sino-americano (se mai è fiorito davvero, del che dubitiamo) è rapidamente sfiorito ed è tramontato nel 2010 ed il segnale inequivocabile è stato la brusca contrazione cinese nell’esportazione delle terre rare. Dal 2011 le due grandi potenze sono apertamente in rotta di collisione. Dunque mutano radicalmente le coordinate della politica internazionale: il nemico principale non è più il terrorismo fondamentalista islamico ma un nuovo ben più temibile nemico inizia ad esserci. Ora il problema è quello di orientare europei, giapponesi dalla propria parte e, possibilmente mantenere neutrali indiani e russi. Oppure, in alternativa, creare un nemico potente ed attuale alla Cina per tenerla impegnata. Per esempio l’India.
Nello stesso tempo è arrivata la rivolta araba che ha stravolto il quadro. Se la rivolta dovesse prender piede in Arabia Saudita, gli Usa sarebbero costretti a lasciar perdere ogni altra cosa ed a correre lì dove sono i maggiori pozzi petroliferi del Mondo, perchè il barile di petrolio potrebbe schizzare ben oltre i 200 dollari con conseguenze imprevedibili sull’economia mondiale. D’altra parte, la crisi finanziaria non è finita e brutte nubi si addensano all’orizzonte. Dunque, urge avere le mani libere, non dimentichiamo che nei confronti dell’Iran gli Usa non sono stati in grado di fare altro che minacce e ultimatum a cui si sono ben guardati di dare seguito, per non trovarsi impantanati in un terzo conflitto che non si sa come avrebbero retto finanziariamente.
D’altro canto, l’Afghanistan può essere utile diversamente. Prendete una cartina geografica: vedrete che l’Afghanistan orientale termina con una stretta e lunga striscia di terra, il corridoio di Vacan (o Wakhan che dir si voglia) sulle alture del Pamir, che arriva al confine con la regione cinese dello Xinijang abitata dagli uiguri, etnia turcofona di religione islamica in forte contrasto con Pechino. E magari possiamo anche pensare di scaricare i talebani sulla Cina. Ad esempio, potrebbe sorgere una guerriglia uigura che i talebani potrebbero sostenere e rifornire. I talebani? Gli alleati di domani. Vedete che fa anche rima?
Dunque, per gli americani occorre porre rapidamente termine al conflitto afghano, magari tenendosi un po’ di basi. Ma non possono ritirarsi senza qualche risultato almeno simbolico. In questo quadro Bin Laden non è più un “nemico funzionale”, anzi è di impaccio e va tolto di mezzo rapidamente. Solo che non si può raccontare al mondo che si sapeva dove stesse da chissà quanto tempo e che l’azione la si fa oggi perchè è cambiato il clima. Ed allora torna utile spandere intorno un bel po’ di “nebbia di guerra, così tutti si stanno ad interrogare sulla foto, il corpo buttato in mare, le diverse versioni, ecc. E tutto il resto passa inosservato.
O quasi: i cinesi si sono congratulati per la brillante operazione ma non hanno omesso di ricordare che Bin Laden era cattivo anche perchè fomentava il secessionismo uiguro, mentre lo Xinijang è cinese e chi non è d’accordo è amico dei terroristi. E non hanno neppure trascurato di sottolineare il grande impegno di Islamabad contro il terrorismo, ricordando che la Cina ha sempre appoggiato il Pakistan che ritiene il suo più importante alleato. Chi deve capire capisca. Sbaglierò, ma mi sembra che così tutto quadri meglio.
(Aldo Giannuli, “La morte di Osama Bin Laden: perchè ora?”, dal blog www.aldogiannuli.it, ripreso da “Megachip”, www.megachip.info).
“In questo quadro Bin Laden non è più un nemico funzionale, anzi è di impaccio e va tolto di mezzo rapidamente. Solo che non si può raccontare al mondo che si sapeva dove stesse da chissà quanto tempo e che l’azione la si fa oggi perchè è cambiato il clima.”
tra le varie teorie complottiste questa mi pare nettamente più plausibile. Però la domanda di partenza dell’articolo “La morte di Osama Bin Laden: perchè ora?” di Gianulli fa sorridere. Perché sappiamo tutti fin troppo bene che ragionando per complotti una buona risposta alla domanda “perché ora” la si può trovare 365 giorni l’anno per gli ultimi 10 anni.