I giudici: Dell’Utri mediò fra Cosa Nostra e Berlusconi
Il senatore Marcello Dell’Utri avrebbe svolto una attività di “mediazione” e si sarebbe posto quindi come “specifico canale di collegamento” tra Cosa nostra e Silvio Berlusconi. Lo scrivono i giudici della Corte d’Appello di Palermo nelle motivazioni, depositate il 19 novembre, della sentenza con la quale Dell’Utri è stato condannato il 29 giugno scorso a sette anni di reclusione per concorso esterno in associazione mafiosa. Per i giudici, Dell’Utri «ha apportato un consapevole e valido contributo al consolidamento e al rafforzamento del sodalizio mafioso».
In particolare, l’imputato avrebbe inoltre consentito ai boss di “agganciare” per molti anni Berlusconi, «una delle più promettenti realtà imprenditoriali di quel periodo che di lì a qualche anno sarebbe diventata un vero e proprio impero finanziario ed economico». Per questi motivi la Corte ritiene «certamente configurabile a carico di Dell’Utri il contestato reato associativo». Il mafioso Vittorio Mangano fu assunto, su intervento di Marcello Dell’Utri, come “stalliere” nella villa di Arcore non tanto per accudire i cavalli ma per garantire l’incolumità di Silvio Berlusconi.
Non c’è una prova certa «né concretamente apprezzabile» che tra il senatore Dell’Utri e Cosa Nostra sia stato stipulato un “patto” politico-mafioso. La sentenza sottolinea la «palese genericità delle dichiarazioni dei collaboranti» su questo punto. E ricordano che fino al 1993 i vertici mafiosi, e in particolare Leoluca Bagarella, erano impegnati a promuovere una propria formazione politica, “Sicilia libera”, di intonazione autonomista. Poi il progetto venne accantonato perchè intanto era nata Forza Italia.
L’appoggio elettorale dato al partito di Berlusconi non darebbe certezze sull’esistenza di un accordo. Questa ipotesi, sostenuta dall’accusa, «difetta pertanto di quei connotati di serietà e concretezza richiesti dalla suprema corte ai fini della configurabilità del concorso esterno nel reato di associazione di tipo mafioso nel caso paradigmatico del patto di scambio tra l’appoggio elettorale da parte della associazione e l’appoggio promesso a questa da parte del candidato». Né sussistono prove – scrivono ancora i giudici – che la pretesa promessa e l’impegno «asseritamente assunto dal politico», abbiano fornito un apporto tale da incidere sulle capacità operative dell’organizzazione criminale (info: www.ilgiornale.it).
Sembra quasi impossibile, nel nostro Paese, separare nettamente certe carriere politiche e la politica stessa da società più o meno segrete come la massoneria e da associazioni per delinquere come mafia, camorra ecc. Società o associazioni che possono determinare il successo o l’insuccesso di un candidato alla amminstrative o alle legislative. Insomma, la criminalità organizzata è in grado di condizionare e influenzare le scelte economiche di certe amministrazioni locali e determinate scelte legislative a livello nazionale (vedi le numerose leggi “ad personam”). Dobbiamo farcene una ragione. Davvero? Non è dunque possibile una politica sana e onesta? lo sarebbe (possibile) se gli avversari fossero altrettanto onesti. Dunque ci adatteremo, o meglio ci arrangeremo anche noi con il malaffare perché “così fan tutti”? Sì, ma con giudizio (non in giudizio). O vogliamo passare per “moralisti”?