Fini verso la crisi: nuovo governo? Non sarebbe un golpe
«Un nuovo governo non sarebbe un colpo di Stato». Con una sola frase, pronunciata durante l’incontro di Asolo con Massimo D’Alema, Gianfranco Fini ha lanciato l’ultima fase dello scontro con l’ex alleato e cofondatore Silvio Berlusconi. A stendere il tappeto rosso al leader di “Futuro e libertà” è stato il Quirinale, definendo «irragionevole» lo Scudo per il Colle, trasformando così il Lodo Alfano in una legge ad personam per il Cavaliere. E Fini non ha perso tempo. Si è scagliato contro qualsiasi provvedimento concepito ad esclusiva tutela del capo del governo. E se non si trova l’accordo, aggiunge il presidente della Camera, di fronte alla crisi il voto anticipato non sarà l’unica strada: un governo tecnico sarebbe perfettamente legittimo.
Scontro riaperto, dunque. E Fini fa un passo avanti verso la crisi rispetto alle posizione prese a Mirabello: «Il presidente del Consiglio ha più di ogni altro il dovere di governare. Dice spesso di avere il diritto di governare ma ha anche e soprattutto il dovere. Quindi, magari più che dire che farà quanto si tornerà a votare, dica cosa fa adesso che il voto non c’è». Quello di Napolitano resta un ruolo-chiave di fronte all’eventuale crisi: «E’del tutto evidente che, con la Costituzione vigente, il Presidente della Repubblica ha il diritto-dovere di verificare se può nascere un altro governo: chi dice il contrario in qualche modo si pone contro la Costituzione, fuori dalla Costituzione». Del resto, «la possibilità di un altro governo all’interno della legislatura è avvenuta in passato e nessuno ha gridato al colpo di Stato, semmai al ribaltone».
Fini conferma l’apertura alla riforma elettorale: «Berlusconi continua a dire che la sovranità appartiene al popolo e quando lo fa è nell’ambito della Costituzione materiale. Ma se la sovranità popolare è la stella polare della democrazia, allora lo è non solo nella scelta del presidente del Consiglio, ma anche dei parlamentari». E sul Pdl: «Il partito carismatico è il miglior strumento per vincere le elezioni, ma il peggiore per governare». Il Lodo Alfano appare dunque sempre più un dettaglio, forse un pretesto per la rottura finale. Per Massimo Franco, l’ultimo stop di Napolitano a un disegno di legge che muta lo status della protezione istituzionale del Quirinale per poter “proteggere” il premier, ha «colpito al cuore un provvedimento sul quale il centrodestra sta faticosamente costruendo un’intesa con la minoranza di Gianfranco Fini».
Secondo l’editorialista del “Corriere della Sera”, la reazione di Berlusconi che ora annuncia di voler ritirare la legge sostenendo di non averla voluta lui «è una risposta in tempo reale al Quirinale» e probabilmente la presa d’atto che ormai il Lodo Alfano «è in un vicolo cieco». Così, «ritorna il rischio di proiettare nuove ombre sul tentativo di evitare una crisi di governo ed elezioni anticipate». Mentre il leader dei centristi, Pier Ferdinando Casini, evoca un «governo politico» in caso di caduta di Berlusconi, senza peraltro escludere il voto anticipato, il quadro si complica di ora in ora: «Significa che la stabilità resta in bilico nonostante i tentativi di puntellarla».
Lapidario il giudizio di Anna Finocchiaro: «Oggi il re è nudo. Martedì – annuncia la presidente dei senatori Pd – chiederò formalmente in commissione Affari costituzionali, al Senato, il ritiro di questo provvedimento sbagliato, pericoloso e che serve solo a difendere gli interessi della solita unica persona». Per l’eurodeputato e responsabile Giustizia Idv, Luigi de Magistris, «Berlusconi è in uno stato di schizofrenia: prima impegna Alfano e Ghedini a confezionare uno Scudo che gli eviti i processi, costringendoli a mediazioni estenuanti con i finiani e intossicando il clima politico, poi annuncia che dello scudo non gli frega niente».
Elezioni più vicine? «L’importante è non averne paura», dice Nichi Vendola dal meeting fiorentino di “Sinistra, ecologia e libertà”. Il governatore della Puglia non esclude neppure l’adesione a un governo tecnico, frutto di un «dialogo» con l’Udc. A una condizione: «Sì a un governo tecnico, purché si occupi solo di riforma elettorale». Oltre al “porcellum”, l’eventuale esecutivo di emergenza non dovrebbe andare. Neppure per una legge sul conflitto di interessi? «No, non ha avuto la forza di farla un governo di centrosinistra, non l’hanno fatta i governi di centro destra». Peggio ancora la materia economica: «Sarebbe una truffa gigantesca parlare di un governo tecnico che mettesse mano a riforme economiche, poiché sono le più complesse. E non è immaginabile una convergenza tra centro-destra e centro-sinistra su un piano economico», come dimostra il sostegno alla “resistenza” della Fiom: per Vendola, bisogna «bloccare la lotta di classe ora esercitata solo dalla ricchezza contro il lavoratore subordinato, al quale si chiede di perdere i suoi diritti».