Ombre sulle bombe di Mosca: chi ha armato i ceceni?
Gli attacchi kamikaze ceceni che hanno provocato 39 vittime nella metropolitana di Mosca il 29 marzo sono esplose all’indomani della firma, a Praga, del trattato “Start2” sul disarmo nucleare, definito «storico» dagli osservatori internazionali e siglato dai due presidenti, Barack Obama e Dmitrij Medvedev. Chi ha progettato l’assistenza dei terroristi ceceni in azione nella capitale russa, accusa Giulietto Chiesa, proviene «certamente» dagli stessi ambienti internazionali che l’11 Settembre, con l’attacco alle Torri, spinsero l’America (e il mondo) nel vicolo cieco della “guerra infinita”.
L’analisi di Giulietto Chiesa contrasta con molte voci, secondo cui sugli attacchi terroristici di Mosca grava l’ombra dei servizi segreti russi, come afferma il leader dell’opposizione Garry Kasparov, che accusa Putin di voler sfruttare la tragedia per «azioni energiche» contro il dilagante malcontento popolare. Una «crescente opposizione», scrive Enrico Piovesana su “PeaceReporter” (www.peacereporter,net), culminata nelle scorse settimane «nelle più grandi manifestazioni antigovernative degli ultimi anni, con centinaia di migliaia di persone scese in piazza per chiedere le dimissioni del premier», fino alla “giornata della rabbia” organizzata in 50 diverse città, «preannunciando una primavera di crescente mobilitazione».
Ora, dopo le bombe e il terrore, le cose sono cambiate, annota “PeaceReporter”, che ricorda il coinvolgimento dei servizi segreti russi – sorpresi dalla polizia con l’esplosivo in mano – negli attentati ai condomini di Mosca che nel settembre del 1999 uccisero 300 persone. «I vertici dell’Fsb incolparono subito i separatisti ceceni, scatenando un’ondata di nazionalismo che spianò la strada del Cremlino all’ex capo dell’Fsb, Vladimir Putin (in carica fino al mese prima) e garantì un ampio sostegno popolare alla seconda guerra in Cecenia».
La pista dei servizi fu sostenuta dall’ex agente Alexander Litvinenko, poi assassinato a Londra, e da Anna Politkovskaja, freddata a Mosca. «Successive rivelazioni a sostegno della ‘pista interna’ – aggiunge “PeaceReporter” – provocarono altri misteriosi decessi, minacce di morte e arresti per ‘violazione di segreti di Stato’. La possente macchina di propaganda mediatica e politica del Cremlino fece il resto», utilizzando sempre lo spettro della minaccia cecena.
Nicolai Lilin, scrittore di origine russa e combattente in Cecenia per due anni (Einaudi ha appena presentato “Caduta libera”, drammatico racconto della sua esperienza personale nelle truppe speciali di Mosca) è convinto che gli ultimi attentati finiscano per favorire Putin, permettendogli di ripresentarsi come “uomo forte”, guardiano della sicurezza, e colpiscano soprattutto il prestigio del presidente Medvedev, smarcatosi progressivamente dal premier almeno sul piano dell’immagine pubblica.
In virtù della sua competenza bellica, nella sua pagina Facebook (www.facebook.com/nicolai.lilin?v=info) Lilin esprime essenzialmente perplessità tecniche, rilevando alcune “stranezze” nell’esecuzione degli attentati: misteriosi accompagnatori slavi delle terroriste cecene, poi dissoltisi nel nulla, e – soprattutto – poco esplosivo: appena qualche chilo di tritolo, contro i 7-8 del quantitativo medio di una cintura da kamikaze.
«In Cecenia, se volevano fare una strage in un luogo affollato, arrivavano al mercato con 15 chili di tritolo nascosti in uno zaino agganciato alla bicicletta», afferma Lilin, che non si spiega come mai, in un’occasione così ghiotta come quella rappresentata dall’affollatissimo metrò della capitale russa, le terroriste non ne abbiano approfittato per fare molte più vittime. A meno che, si interroga lo scrittore, non avessero espressamente ricevuto disposizioni per evitare conseguenze peggiori: «Una dose più consistente di tritolo, oltre che più morti e più feriti, avrebbe facilmente provocato anche il crollo del soffitto e danni seri alla struttura della metropolitana».
Anche se l’attentato è stato rivendicato dopo due lunghi giorni di silenzio, non si sa con quale attendibilità, dall’oscuro Doku Umarov, presunto nuovo leader dei ribelli del Caucaso del nord, il maggiore esperto italiano di affari russi, Giulietto Chiesa, non crede alla pista interna ai servizi segreti di Mosca: «Questo non è terrorismo endogeno», dichiara al sito di informazione indipendente “InformArmy” (www.informarmy.com): «E’ un terrorismo che viene promosso dall’esterno e serve a mettere in difficoltà Mosca. Questa è la mia nettissima convinzione».
Negli ultimi tempi, spiega Chiesa, Mosca è diventata nuovamente un protagonista mondiale, planetario, e le sue posizioni «non piacciono a molti circoli occidentali», in quanto «estremamente dannose per gli interessi dell’Occidente». Le bombe di Mosca potrebbero quindi essere «segnali» per avvertire la leadership russa che «non sta andando nella giusta direzione». La riprova? «Non ci sono motivi interni, realisticamente compellenti, per spiegare questa cosa. Non c’è uno scontro politico all’interno della direzione russa. Ecco perché ritengo in modo certissimo che questa è un’operazione pilotata dall’esterno».
Gli attentati terroristici sono quasi sempre pilotati, avverte Chiesa. «Naturalmente le “firme” saranno quelle della Cecenia, della Georgia, un intreccio inestricabile che è difficile indagare. Sicuramente però, in questo intreccio causasico – accusa Chiesa – agiscono gli stessi servizi segreti legati ai circoli che hanno provocato l’11 Settembre, secondo me». Come nell’attacco alle Torri, anche a Mosca gli obiettivi erano altamente simbolici: «Se si vuole terrorizzare i russi, l’uomo della strada, la cosa più evidente è il metrò: ci vanno 3-4 milioni di persone al giorno, non c’è niente di meglio».
E il Caucaso? «La situazione in Cecenia non è acuta, il paese è stato sottomesso con la forza», in modo «estremamente brutale», quindi «non ci sono in questo momento le capacità autonome di una offensiva militare». Secondo Giulietto Chiesa, «ci possono essere focolai di resistenza ormai ridotti a piccoli gruppi clandestini, all’interno del territorio della Cecenia e della vicina Inguscezia: ma che agiscano indipendentemente dai rapporti esterni, dai passaggi esterni, lo credo estremamente difficile».
Sappiamo, continua Chiesa, che «esiste un collegamento ormai chiaro tra la Georgia e i ribelli ceceni», quindi «non è escluso che ci siano connessioni, rifornimenti di armi e di esplosivi» attraverso la Georgia, il Daghestan, l’Azerbaijan. «E’ una frontiera molto porosa e molto instabile: è da lì che può venire il materiale umano che fa queste operazioni, ma non esiste una forza politica tale da rivendicare un’operazione terroristica su larga scala che provenga soltanto dalla Cecenia».
«La situazione è estremamente allarmante», dice Chiesa, che si aspetta una reazione «molto dura» da parte del Cremlino, su due piani: a livello internazionale ci sarà una durezza invisibile, protetta dal segreto diplomatico, sotto forma di «richieste di chiarimento in diverse direzioni», mentre sul piano pubblico Mosca potrebbe dare «segnali di forza», dopo aver individuato «un nemico più o meno realistico», per rassicurare l’opinione pubblica. «Se il nemico è invisibile o non può essere esplicitamente riconosciuto, la cosa più logica da fare è dire che si sa dove si trova e colpire in quella direzione, anche se si tratta di un’operazione di spettacolo. I soliti cattivi terroristi ceceni? E’ la soluzione più comoda per una risposta esplicita e pubblica».