Gli italiani: perché restare ancora in Afghanistan?
Scritto il 19/9/09 • nella Categoria:
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Non sono solo Bossi e Ferrero a chiedere il ritiro del contingente italiano da Kabul. Se il leader leghista auspica una rapida via d’uscita e il segretario di Rifondazione comunista ribadisce che occorre lasciare l’Afghanistan perché l’invasione è figlia della politica di Bush e non ha saputo garantire neppure elezioni libere da brogli, sono gli italiani – secondo i sondaggi – a pretendere che i soldati tornino a casa. Prima ancora dell’ultima strage di Kabul, il 17 settembre, costata la vita a 6 paracadustiti della Folgore, la maggioranza chiedeva il ritiro delle truppe: percentuale, ora, destinata a salire. Lo rivela il “Corriere della Sera”, che cita alcuni tra i maggiori istituti demoscopici.
Secondo i sondaggi, gli italiani erano favorevoli al ritiro «già a luglio, dopo la morte del paracadutista Di Lisio, saltato su una mina esplosa al passaggio di un convoglio militare in una strada a nord-est di Farah». Esiti confermati la scorsa settimana da un nuovo rilevamento di Ispo, dal quale risultava che solo il 26% degli italiani restava favorevole al mantenimento della missione, mentre la maggioranza assoluta (il 58%) già chiedeva il ritiro delle truppe. Numeri che, secondo Renato Mannheimer, «sono destinati inevitabilmente a salire dopo la strage di Kabul».
Risale proprio al mese di luglio la prima esternazione del ministro Bossi, che disse: «La missione costa troppo, io riporterei i ragazzi a casa». Allora, Berlusconi – che aveva promesso sostegno a Obama sul fronte di Kabul – era riuscito a far rientrare il caso, sottolineando il ruolo di peacekeeping delle forze italiane, verso il consolidamento della democrazia in vista delle elezioni. Oggi, il ministro Bossi si allinea al comunista Ferrero: «Non è facile esportare la democrazia. Quanto alle elezioni, bisogna verificare la regolarità di quelle appena svoltesi a Kabul», contestata dagli osservatori che denunciano 1,5 milioni di brogli a favore del presidente Hamid Karzai.
Nel frattempo, la percezione della crisi afghana è profondamente mutata, nell’opinione pubblica italiana, come conferma un sondaggio riservato di luglio: se prima l’intervento occidentale era considerato utile per spingere l’Afghanistan verso la democrazia restituendo libertà a una popolazione oppressa dai Tabelani, scrive il “Corriere della Sera”, col passare del tempo «l’intervento umanitario si è trasformato agli occhi degli italiani in un’operazione di guerra». Ad aggravare le cose, «le notizie sulla produzione di oppio come unica voce dell’economia interna, e sul dilagare dei fenomeni di corruzione negli apparati dello Stato».
Attraverso il report d’inizio estate, aggiunge Verderami, il Cavaliere aveva voluto ascoltare la voce del Paese: insieme a due cittadini su dieci che si opponevano comunque «a ogni tipo di guerra», un altro terzo di italiani invocava il rientro dei militari, insieme a un 20% che chiedeva una riduzione del contingente e l’avvio di una exit strategy. Solo il restante 25% sosteneva ancora la missione, ma con una ridefinizione delle regole di permanenza. «Sono dati che autorevoli dirigenti del Pdl hanno visionato, i più recenti. Sono dati che quasi certamente peggioreranno».
Dopo le elezioni in Afghanistan, infatti, con le polemiche sui brogli, è assai probabile che la «fiducia» nell’esito della spedizione internazionale si sia ulteriormente abbassata rispetto a luglio, osserva il “Corriere della Sera”. E allora la fiducia era già bassa: quasi la metà dei cittadini riteneva che l’intervento a Kabul «non avesse dato risultati» e che i soldati italiani «non fossero adeguatamente equipaggiati». L’attentato di Kabul, con la morte dei militari, segna «un salto di qualità», aggiungendo il problema dei costi umani ad una missione che, già a luglio, era considerata «di pace» solo da un italiano su quattro, mentre il 20% del campione la riteneva «una missione di guerra» e il 40% temeva che la spedizione umanitaria si stesse trasformando in una operazione bellica.
I dati demoscopici rivelano che gli italiani ormai faticano a comprendere il motivo della missione. «Paradossalmente era più facile capire la presenza in Iraq, dove c’è il petrolio», rileva sempre Verderami. «È vero che sulla presenza delle truppe italiane in Afghanistan c’è una sostanziale convergenza tra maggioranza e opposizione, ma è altrettanto vero che – superati i giorni del lutto nazionale – toccherà a chi sta al governo, a Berlusconi, spiegare al Paese. E il Cavaliere sa che in quel 58% di cittadini che per Ispo sono contrari alla missione, il 48% vota centrodestra».
«Il primo messaggio inviato ieri dal premier – conclude il “Corriere” – testimonia le difficoltà di tenere insieme gli impegni internazionali e le dinamiche politiche interne», dove al perentorio “tutti a casa” di Bossi si aggiunge la richiesta del finiano Italo Bocchino di convocare un vertice di maggioranza per valutare la situazione e ripensare la presenza in Afghanistan dell’Italia, ovvero di quello che, come disse Berlusconi ai tempi della strage di Nassiriya, resta soprattutto un eterno «paese di mamme».
ITALIANS BACK HOME - Opinion polls say that Italians want to come back from Afghanistan: people think that the peacekeeping mission is now a real war, in a dangerous land without any democracy, leaded by warlords and drugs traders.
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